Commento al Vangelo della XXX Domenica del Tempo Ordinario Anno A (25 ottobre 2020)

Il grande e il primo comandamento

«Maestro, qual è il grande comandamento?»: questa è la domanda posta da Gesù da un esperto della Legge appartenente al movimento dei farisei. Si tratta di un interrogativo serio e legittimo, motivato dall’esigenza di sintetizzare i numerosissimi (613) precetti o divieti presenti nella Scrittura, così da cogliere l’essenziale della volontà di Dio rivelata nella Torah e nei Profeti. Tale domanda è però viziata alla radice da un’intenzione malvagia: «un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova».

Gesù, pur accorgendosi della doppiezza del suo interlocutore, non lo ripaga con la stessa moneta, ma gli rivolge una parola franca e leale e risponde citando quello che definisce «il grande e il primo comandamento»: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente». Sappiamo bene che si tratta dello Shema‛ Israe’el («Ascolta, Israele…»: cf Dt 6, 4-9), la professione di fede ripetuta tre volte al giorno dal credente ebreo: al Dio che ci ama di un amore eterno (cf Ger 31, 3), a lui che ci ama per primo (cf 1Gv 4, 19), si risponde con un amore libero e pieno di gratitudine.

Fin qui, potremmo dire, Gesù si mantiene nel solco della tradizione di Israele. A questo punto egli compie però un’importante innovazione, accostando al versetto del Deuteronomio uno tratto dal Levitico: «Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso» (cf Lv 19, 18). Risalendo alla volontà del Legislatore, Gesù discerne che amore di Dio e del prossimo – ossia del «vicino», o meglio di colui al quale ciascuno accetta di farsi vicino, come Gesù stesso ci ha insegnato nella parabola del «buon Samaritano» (cf Lc 10, 29-37) – sono in stretta relazione tra loro. Ebbene, se ogni essere umano è creato da Dio a sua immagine (cf Gen 1, 26-27), non è possibile pretendere di amare Dio e, nello stesso tempo, disprezzare l’essere umano: «Se uno dice: «Io amo Dio» e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello» (cf 1Gv 4, 20-21). In poche parole Gesù sta invitando il suo interlocutore, senza giudicarlo o condannarlo, a fare chiarezza in sé, a mutare il suo modo di pensare e di agire.

Al termine del suo dialogo con il fariseo Gesù afferma: «Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». Egli ribadisce così che la prassi dell’amore è il compimento della Scrittura, è il modo più semplice e completo per tradurre nella nostra esistenza personale quell’amore che ha spinto Dio a entrare in relazione con noi uomini, fino al dono di suo Figlio (cf Gv 3,16). Inoltre, insistendo nuovamente sul fatto che l’amore è un comandamento, Gesù chiarisce che ciò di cui sta parlando non è un sentimento spontaneo che, quasi naturalmente, sgorga dal nostro cuore. No, è l’agape, l’amore che non esige il contraccambio ma è donato a chiunque, sempre, senza alcun limite, fino al nemico (cf Mt 5, 44); è l’amore da chiedere con insistenza a Dio nella preghiera; è la quotidiana «fatica dell’amore» (cf 1Ts 1,3). È quell’amore esemplificato da Gesù con parole concretissime, che costituiscono un pressante appello per ogni cristiano: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti» (cf Mt 7,12).

Facciamo tesoro e mettiamo in pratica ciò che diceva il santo Padre della chiesa, Giovanni Crisostomo: «Dio non ha bisogno di vasi d’oro, ma di anime d’oro (cioè piene di amore)».

La sindrome dell’ape

Le api hanno un pungiglione come la punta di una freccia: quando attaccano un essere umano o un animale, il pungiglione entra nella pelle e non fuoriesce, perché il pungiglione rimane all’interno della “vittima”. Quando cercano di volare via, il sacchetto velenoso e parte dell’intestino delle api finiscono per essere strappati via: moriranno poco dopo a causa di questa mutilazione. L’attacco può ferire un po’ male alla “vittima”, ma all’ape costa la vita.

Con l’essere umano accade qualcosa di simile: chi vive continuamente cercando di attaccare le persone attraverso pettegolezzi, intrighi, instillando odio, vomitando risentimenti e ferite, potrà infastidire momentaneamente la “vittima”, ma finirà per essere vittima della sua propria malvagità.

Anche se ti hanno fatto del male, tu vai avanti, non ti arrendere: perdona e lascia che Dio pensi a tutto. Sii felice.

Morale: non affannarti a cercare di difenderti perché colui che ci colpisce finisce sempre nella cappia che lui stesso ha preparato.

San Giovanni Paolo II

Oggi, 22 ottobre, la chiesa ricorda san Giovanni Paolo II.
Primo papa non italiano dopo 455 anni, è stato il primo Pontefice polacco della storia e il primo proveniente da un Paese di lingua slava.

Il 22 ottobre 1978, giorno in cui iniziò il suo ministero di pastore universale della Chiesa, durante l’omelia in piazza san Pietro disse:

«Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!»

(Papa Giovanni Paolo II, Omelia per la messa di inizio del pontificato)

Padre Pio e le anime del Purgatorio

“.. Un giorno Padre Pio si alzò bruscamente dalla tavola e si diresse verso la porta del convento.
Alcuni frati gli andarono appresso.
Padre Pio aprì la porta e cominciò a parlare.
I frati non vedevano nessuno oltre a Padre Pio.
Un di loro pensò persino che fosse “impazzito”.
Finita la conversazione Padre Pio chiuse la porta e, avviandosi indietro, vide il volto perplesso dei frati e disse loro: “Non preoccupatevi !
Ho parlato con delle anime che sulla strada che dal purgatorio va al paradiso sono venute qui per ringraziarmi di averle ricordate questa mattina durante la Messa.”

Commento al Vangelo della XXIX Domenica del Tempo Ordinario Anno A (18 ottobre 2020)

Diamo a Dio quello che è di Dio e a Cesare quello che è di Cesare

L’evangelista Matteo riferisce che, un giorno, un gruppo di farisei e un gruppo di erodiani si coalizzarono contro Gesù «per vedere come coglierlo in fallo nei suoi discorsi». Spesso per fare del male alcuni sono disposti a fare alleanza con chiunque. L’odio, infatti, ha il tremendo potere di accecare: accade, allora, che anche persone divise da vecchi rancori improvvisamente si alleano contro un comune avversario. Ricordiamoci bene che nell’odio tutto è irrazionale: per questo dobbiamo costantemente vigilare, affinché il nostro cuore ne resti sempre libero.

Costoro, dunque, si rivolgono a Gesù con parole adulatrici, che in realtà sono taglienti come la lama di un pugnale: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno». È da notare che i suoi nemici sono costretti dall’evidenza a fare questo riconoscimento, ma non sono sinceri; essi dicono la verità, ma la dicono senza amore.

I farisei e gli erodiani hanno una precisa domanda da porre a Gesù, ovviamente una domanda trabocchetto. La domanda, posta con falsa umiltà, è: «di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Per capire il senso della domanda bisogna ricordare che, al tempo di Gesù, sulla Giudea incombeva pesantemente la mano di Roma. E uno dei segni più odiosi, per far sentire al popolo la sua condizione di schiavitù, era il tributo. Si trattava di un denaro a testa (il “census”), che tutti dovevano versare nelle casse dell’Impero, tranne i vecchi e i bambini. Questo fatto era sufficiente per far scatenare risentimento e ribellione, ma un altro elemento andava a toccare la sensibilità religiosa dei Giudei: sulla moneta era raffigurata l’immagine di Cesare e il primo comandamento proibiva di fare immagini di qualsiasi persona. La domanda posta a Gesù, pertanto, non era semplice: era una domanda scottante e capace di mettere in imbarazzo chiunque. Ma Gesù, riconoscendo la doppiezza dei suoi interlocutori – a loro non interessava sapere la verità da Gesù ma semplicemente farlo cadere o nello sfavore del popolo o nella condanna dell’autorità romana – risponde: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Alla vista del denaro usato per pagare questa tassa, egli pone a sua volta una domanda: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». E udita la risposta: «Di Cesare» – cioè di Tiberio Cesare, l’imperatore dell’epoca – proclama: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Gesù, dunque, non invita a ribellarsi ai romani. Assolutamente no! Egli afferma semplicemente che occorre rendere a Cesare ciò che egli ha il diritto di esigere: la tassa. Poi aggiunge, senza che la domanda postagli lo richieda: «Rendete a Dio quello che è Dio». Ovvero, di fronte a Cesare, ossia di fronte allo Stato, c’è un ordine più alto, quello di Dio, cui occorre rendere ciò che gli appartiene, cioè tutto, essendo «sua la terra e quanto contiene» (cf Sal 24,1): a Dio bisogna offrire tutta la propria persona (cf Rm 12,1) e metterlo al centro della vita degli uomini.

Tante volte, purtroppo, nel corso dei secoli, alcuni hanno preteso di emarginare Dio per dare più attenzione all’uomo. Che cosa ne è venuto fuori? Un inferno: perché se togliamo Dio dalla nostra vita siamo dei falliti, dei perdenti!

Ebbene sì, il credente in Gesù Cristo è colui che «sta nel mondo senza essere del mondo» (cf Gv 17, 11-16), che abita con piena lealtà la città degli uomini ma la cui vera cittadinanza è nei cieli (cf Fil 3,20). È quanto si legge anche in uno splendido scritto delle origini cristiane, l’A Diogneto: «I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per abiti. Abitando città greche o barbare, danno esempio di uno stile di vita meraviglioso e paradossale. Essi abitano una loro patria, ma come forestieri; a tutto partecipano come cittadini e a tutto sottostanno come stranieri; ogni terra straniera è patria per loro e ogni patria è terra straniera».

Maria Madre di Dio: La «Donna gloriosa» che ha vinto Satana e intercede per noi

Satana e i suoi demoni si si sono scatenati per far dilagare il peccato e la corruzione attraverso la ricerca dei soli beni materiali: piacere, libero amore e desiderio di indipendenza con lotte fratricide per il predominio. Riappare, però, la Madonna, la «Donna gloriosa» che, come sempre, corre un po’ ovunque nel mondo per indurre alla resipiscienza, al pentimento e all’ accettazione del piano di Dio.Ella, che è Madre di Dio, della Chiesa, dei viventi; che ha partecipato alla passione redentrice di Cristo, salvatore universale; che ha sconfitto l’eterno tentatore, Satana; che obbedendo è divenuta causa della salvezza per sé e per tutto il genere umano; ci aiuti, come nostra Avvocata e Soccorritrice, ad essere fedeli ed obbedienti al Padre, facendo sempre la sua santa volontà, e a non cedere alle lusinghe del grande drago, il serpente antico, che «come un leone ruggente va in giro, cercando chi divorare» (cf. 1Pt 5,8).

Intervista alla mamma del beato Carlo Acutis apparsa sul “Corriere della Sera”

Intercede. Salva. Guarisce. Converte. Appare. I devoti di quello che già viene chiamato «il patrono di Internet», almeno 1 milione nei cinque continenti, vedono la sua presenza ovunque. L’ultimo segno, il 15 agosto. Scrivono i fan su Facebook: «Questa notte, nella solennità della Santissima Vergine Maria Assunta, Carlo è venuto a prendersi la sua cagnolina Briciola di quasi 17 anni. Ora corre e gioca anche lei nei meravigliosi giardini del Paradiso assieme agli altri animali di Carlo che l’hanno preceduta», i cani Poldo, Stellina e Chiara, i gatti Bambi e Cleopatra. Non le pare eccessivo che associno l’Assunzione alla morte di una bestiola? Sorride indulgente Antonia Salzano, mamma di Carlo Acutis, stroncato a 15 anni da una leucemia fulminante nel breve volgere di 72 ore. «Prima che ci lasciasse, gli dissi: se in cielo troverai i nostri amici a quattro zampe, compari con Billy, il cane della mia infanzia. Lui non lo conosceva. Un giorno zia Gioia, ignara del nostro accordo, mi telefonò: “Stanotte in sogno ho visto Carlo. Teneva fra le braccia Billy”».
Ma sono ben altri i segni per cui lo studente milanese, già venerabile dal 2018, verrà proclamato beato dalla Chiesa il 10 ottobre ad Assisi, ultima tappa prima di diventare santo. Quando il 23 gennaio 2019 si eseguì la ricognizione canonica sulle spoglie mortali del giovanissimo servo di Dio, la sua salma fu trovata intatta. «Io stavo lì, mio marito non volle vedere. Era ancora il nostro ragazzone, alto 1,82, solo la pelle un po’ più scura, con tutti i suoi capelli neri e ricci. E lo stesso peso, quello che si era predetto da solo».
Che intende dire?
«Pochi giorni dopo il funerale, all’alba fui svegliata da una voce: “Testamento”. Frugai in camera sua, pensavo di trovarvi uno scritto. Nulla. Accesi il pc, lo strumento che preferiva. Sul desktop c’era un filmato brevissimo che si era girato da solo ad Assisi tre mesi prima: “Quando peserò 70 chili, sono destinato a morire”. E guardava spensierato il cielo».
La vita di Carlo durò solo 5.641 giorni.
«In realtà 5.640. Entrò in coma alle 14 dell’11 ottobre 2006, con il sorriso sulle labbra. Credevamo che si fosse addormentato. Alle 17 fu dichiarata la morte cerebrale, la mattina del 12 quella legale. Avremmo voluto donare i suoi organi, ma non fu possibile, ci dissero che erano compromessi dalla malattia. Un bel paradosso, perché il cuore, perfetto, ora sarà esposto in un ostensorio nella basilica papale di San Francesco ad Assisi».
Quand’è stato prelevato?
«Durante la ricognizione del 2019. Con atto notarile abbiamo voluto donare il corpo al vescovo di Assisi. Era giusto che appartenesse alla Chiesa universale».
In che modo Carlo scoprì la fede?
«Non certo per merito di noi genitori, lo scriva pure. In vita mia ero stata in chiesa solo tre volte: prima comunione, cresima, matrimonio. E quando conobbi il mio futuro marito, mentre studiava economia politica a Ginevra, non è che la domenica andasse a messa».
Allora come spiega questa religiosità?
«Un ruolo lo ebbe Beata, la bambinaia polacca, devota a papa Wojtyla. Ma c’era in lui una predisposizione naturale al sacro. A 3 anni e mezzo mi chiedeva di entrare nelle chiese per salutare Gesù. Nei parchi di Milano raccoglieva fiori da portare alla Madonna. Volle accostarsi all’eucaristia a 7 anni, anziché a 10».
E voi come reagiste?
«Lo lasciammo libero. Ci pareva una cosa bella, perciò chiedemmo una deroga. Per me fu una “Dio-incidenza”. Carlo mi salvò. Ero un’analfabeta della fede. Mi riavvicinai grazie a padre Ilio Carrai, il padre Pio di Bologna, altrimenti mi sarei sentita screditata nella mia autorità genitoriale. È un percorso che dura tuttora. Spero almeno di finire in purgatorio».
Carlo fu precoce solo nella preghiera?
«In tutto. Era un mostro di bravura. A 6 anni già padroneggiava il computer, girava per casa con il camice bianco e il badge “Scienziato informatico”. A 9 scriveva programmi elettronici grazie ai testi acquistati nella libreria del Politecnico».
Non era troppo piccolo per usare il pc?
«I promotori della causa di beatificazione hanno analizzato in profondità la memoria del suo computer con le tecniche dell’indagine forense, senza riscontrare la minima traccia di attività sconvenienti. Sognava di adoperare il pc e il web per diffondere il Vangelo. Papa Francesco nellaChristus vivit cita Carlo come esempio per i giovani. “Sapeva molto bene”, spiega, “che questi meccanismi della comunicazione, della pubblicità e delle reti sociali possono essere utilizzati per farci diventare soggetti addormentati”, ma lui ha saputo uscirne “per comunicare valori e bellezza”. Il suo sguardo spaziava ben oltre Internet».
Fino a dove?
«Alle mense dei poveri, quelle delle suore di Madre Teresa di Calcutta a Baggio e dei cappuccini in viale Piave, dove prestava servizio come volontario. La sera partiva da casa con recipienti pieni di cibo e bevande calde. Li portava ai clochard sotto l’Arco della Pace, per i quali con i risparmi delle sue mance comprava anche i sacchi a pelo. Lo accompagnava il nostro cameriere Rajesh Mohur, un bramino della casta sacerdotale indù, che si convertì al cattolicesimo vedendo come Carlo aiutava i diseredati».
Avrebbe mai detto che un giorno sarebbe salito all’onore degli altari?
«Ero certa che fosse santo già in vita. Fece guarire una signora da un tumore, supplicando la Madonna di Pompei».
Il miracolo riconosciuto dalla Chiesa?
«No, solo uno dei tanti che nemmeno sono entrati nel processo di canonizzazione. Quello che lo farà proclamare beato accadde in Brasile nel settimo anniversario della morte, il 12 ottobre 2013, a Campo Grande. Matheus, 6 anni, era nato con il pancreas biforcuto e non riusciva a digerire alimenti solidi. Padre Marcelo Tenório invitò i parrocchiani a una novena e appoggiò un pezzo di una maglia di Carlo sul piccolo paziente, che l’indomani cominciò a mangiare. La Tac dimostrò che il suo pancreas era divenuto identico a quello degli individui sani, senza che i chirurghi lo avessero operato. Una guarigione istantanea, completa, duratura e inspiegabile alla luce delle attuali conoscenze mediche».
Suo figlio come si ammalò?
«Sembrava una banale influenza. Dopo alcuni giorni comparvero forte astenia e sangue nelle urine. Lui se ne uscì con una delle sue frasi: “Offro queste sofferenze per il Papa, per la Chiesa e per andare dritto in paradiso senza passare dal purgatorio”, ma in famiglia non vi demmo troppo peso. Chiamai il professor Vittorio Carnelli, che era stato il suo pediatra. Ci consigliò l’immediato ricovero nella clinica De Marchi. E lì avemmo la diagnosi infausta: leucemia mieloide acuta M3. Carlo ne fu informato dagli ematologi. Reagì con dolcezza e commentò: “Il Signore mi ha dato una bella sveglia”. Fu trasferito all’ospedale San Gerardo di Monza. Appena giuntovi, scosse la testa: “Da qui non esco vivo”».
Lei invocò un miracolo per suo figlio?
«Sì, da Gesù, dalla Madonna e dal venerabile fra Cecilio Maria, al secolo Pietro Cortinovis, il cappuccino fondatore dell’Opera San Francesco per i poveri di Milano. Ma i piani di Dio erano altri».
Quali?
«Quelli che avevo proposto a Carlo prima che spirasse: chiedi al Signore di manifestarci un segno della sua presenza».
E suo figlio che cosa le rispose?
«“Non preoccuparti, mamma. Ti darò molti segni”. Nove giorni dopo la sua morte, a Tixtla, in Messico, un’ostia si arrossò di sangue. Una commissione composta anche da scienziati non credenti accertò che era del gruppo AB, lo stesso presente nella Sindone e nel miracolo di Lanciano, e che si trattava di cellule del cuore. A distanza di quattro anni, negli strati sottostanti alla coagulazione restava ancora presente del sangue fresco».
Suo figlio aveva allestito «Segni», una mostra sui miracoli eucaristici.
«Sì, sta girando tutti i santuari del mondo. Negli Stati Uniti l’hanno ospitata 10.000 parrocchie. Sono eventi soprannaturali come quello accaduto il 12 ottobre 2008, nel secondo anniversario della sua morte, a Sokólka, in Polonia. Un’ostia caduta a terra durante la comunione, e conservata in cassaforte, una settimana dopo divenne un pezzo di carne di origine miocardica, gruppo sanguigno AB».
Ha avuto solo questi, di segni?
«Anche altri. Carlo mi predisse che sarei diventata di nuovo madre, benché stessi per compiere 40 anni. E nel 2010, quando già ne avevo 43, diedi alla luce due gemelli, Michele e Francesca».
Perché fu sepolto ad Assisi?
«Abbiamo una casa in Umbria. Un cartello avvertiva che c’erano in vendita nuovi loculi nel cimitero comunale. Chiesi a Carlo che cosa ne pensasse. “Sarei felicissimo di finire qua”, rispose. Il suo corpo intatto è stato poi traslato nel santuario della Spogliazione, dove ora i fedeli potranno venerarlo per sempre».
Che cosa le manca di più di suo figlio?
«L’allegria. Appena morì, ricordo d’aver pensato: e ora chi mi farà ridere? e chi mi aiuterà con il computer? Mi restano i suoi pensieri, detti e scritti: “Non io, ma Dio!”. “Da qualunque punto di vista la si guardi, la vita è sempre fantastica”. “Tutti nascono originali, ma molti muoiono come fotocopie”».
L’ultimo rende bene l’idea dei social.
«È così, gli uomini d’oggi sono ripiegati su sé stessi. La loro felicità è fatta solo di like. Ma Carlo è l’influencer di Dio».
Non vorrebbe che fosse ancora qui con lei, anziché avere un santo in cielo?
«Ho fatto mia l’invocazione di Giobbe: “Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!”. I figli non ci appartengono, ci sono affidati. Sento Carlo più presente di quando era in vita. Vedo il bene che fa. Mi basta».

(di Stefano Lorenzetto)

Parole pronunciate da papa Francesco

Vorrei ricordare l’intenzione di preghiera che ho proposto per questo mese di ottobre, che dice così: “Preghiamo perché i fedeli laici, specialmente le donne, partecipino maggiormente nelle istituzioni di responsabilità della Chiesa”. Perché nessuno di noi è stato battezzato prete né vescovo: siamo stati tutti battezzati come laici e laiche. I laici sono protagonisti della Chiesa. Oggi c’è bisogno di allargare gli spazi di una presenza femminile più incisiva nella Chiesa, e di una presenza laica, si intende, ma sottolineando l’aspetto femminile, perché in genere le donne vengono messe da parte. Dobbiamo promuovere l’integrazione delle donne nei luoghi in cui si prendono le decisioni importanti. Preghiamo affinché, in virtù del battesimo, i fedeli laici, specialmente le donne, partecipino maggiormente nelle istituzioni di responsabilità nella Chiesa, senza cadere nei clericalismi che annullano il carisma laicale e rovinano anche il volto della Santa Madre Chiesa.
(Papa Francesco, parole pronunciate al termine della preghiera dell’Angelus – 11 ottobre 2020)

Commento al Vangelo della XXVIII Domenica del Tempo Ordinario Anno A (11 ottobre 2020)

Accettiamo il dono di Dio

Nella parabola di oggi Gesù evoca il banchetto del Regno (cf Is 25, 6-10; Mt 8, 11-12) e il giudizio finale.

Nella prima parte della parabola Gesù paragona il Regno alla vicenda di un re che, in occasione delle nozze del figlio, manda i suoi servi a chiamare gli invitati. Egli ha imbandito un banchetto di cibi prelibati e chiede agli invitati solo di accettare il suo dono, di condividere con lui la gioia. Eppure, come già nella parabola dei vignaioli omicidi (cf Mt 21, 33-45), la reazione è sorprendentemente negativa: alcuni, con indifferenza e superficialità, non si curano della chiamata; altri addirittura insultano e uccidono i servi. Sembra incredibile ciò che Gesù descrive nella parabola: è possibile rifiutare l’invito di Dio, è possibile chiudersi nell’orgoglio e diventare prigionieri della solitudine e dell’infelicità. Le parole di Gesù hanno un riferimento immediato all’atteggiamento del popolo d’Israele: questo popolo, infatti, era stato preparato da Dio per l’ora del Messia, ma quando giunse l’ora del Messia pochi lo accolsero e molti lo rifiutarono. Gesù soffrì immensamente per questo atteggiamento e un giorno arrivò addirittura a piangere: «alla vista della città pianse su di essa dicendo: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi”» (cf Lc 19, 41-42). È il mistero della libertà umana che può diventare peccato, può diventare rifiuto di Dio! Ma Dio, con accenti accorati e insistenti, ci avvisa sul rischio del nostro no: perdere Dio vuol dire perdere la festa (l’unica vera festa) e dunque rifiutare il banchetto della gioia.

Eppure spesso ci affanniamo nella ricerca di cose inutili e passeggere, mentre trascuriamo l’unica cosa necessaria, che è questa: aprire umilmente il cuore a Dio, affinché egli possa invaderlo con un fiume di gioia. A tal proposito pensiamo all’esplosione di gioia uscita dal cuore di un uomo che, dopo un lungo girovagare fuori dalla sala del banchetto, decide di entrare e resta incantato davanti alla gioia sconfinata che Dio regala a chi gli apre il cuore: «Tardi ti ho amato bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Mi tenevano lontano da Te quelle creature che, se non fossero in Te, neppure esisterebbero. Mi hai chiamato, hai gridato, hai infranto la mia sordità. Mi hai abbagliato, mi hai folgorato e hai finalmente guarito la mia cecità. Hai alitato su di me il tuo profumo e io l’ho respirato e ora anelo a te. Ti ho gustato e ora ho fame di te e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace» (S. Agostino).

Gesù, inoltre, fa uso di un linguaggio apocalittico, di immagini «minacciose» – «si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città» – che non vogliono incutere paura, ma solo mettere in chiaro le esigenze richieste a chi vuole entrare nel Regno, che in realtà si riducono a una sola: accettare il dono di Dio, pena il misero fallimento della propria vita.

A questo punto la narrazione conosce una sorta di nuovo inizio. Il re invia altri servi a chiamare al banchetto tutti coloro che si trovano ai crocicchi delle strade: «andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze». L’evangelista Luca, rispetto a Matteo, aggiunge un particolare significativo: vengono condotti al banchetto, gli storpi, i ciechi, gli zoppi. Ciò significa che i piccoli, i semplici, i diseredati, i poveri, gli umili accolgono con più fervore la salvezza di Dio: infatti chi pensa di avere tutto corre il rischio di non apprezzare nessun dono, neppure il «dono di Dio»!

È così che va compresa la conclusione della parabola, connessa a un’usanza tradizionale al tempo di Gesù: all’ingresso del banchetto nuziale i commensali ricevevano in dono una veste bianca, segno del comune invito ricevuto dal padrone di casa. Quando il re, annota l’evangelista, entra per salutare i presenti, ne scorge uno privo dell’abito nuziale. Come è stato possibile? Quest’uomo ha accettato l’invito ma, fino all’ultimo, ha orgogliosamente rifiutato il dono, ha preteso di contare sulle proprie forze; e così, invece di rispondere con gioia al «dono di Dio» resta muto: «ammutolì».

«Molti sono chiamati, ma pochi eletti», conclude Gesù. È una parola che costituisce un monito esigente per ciascuno di noi. Tutti gli esseri umani sono chiamati alla salvezza, al banchetto festoso del Regno, ma nessuno è garantito, neppure dall’appartenenza alla chiesa.

Chiediamo con insistenza per noi e per tutti la grazia di «non rifiutare il banchetto della vita eterna e di entrarvi con l’abito nuziale».