La storia dei tre setacci

Nell’antica Grecia Socrate aveva una grande reputazione di saggezza.
Un giorno venne qualcuno a trovare il grande filosofo, e gli disse:

– Sai cosa ho appena sentito sul tuo amico?

Un momento, rispose Socrate . Prima che me lo racconti, vorrei farti un test, quello dei tre setacci.

– I tre setacci?

Ma sì, continuò Socrate.

Prima di raccontare ogni cosa sugli altri, è bene prendere il tempo di filtrare ciò che si vorrebbe dire. Lo chiamo il test dei tre setacci.

Il primo setaccio è la verità. Hai verificato se quello che mi dirai è vero?

No… ne ho sentito solo parlare…

Molto bene. Quindi quello che stai per dirmi non sai se è la verità.

Continuiamo allora col secondo setaccio: quello della bontà. Quello che vuoi dirmi sul mio amico, è qualcosa di buono?

Ah no! Al contrario!

Dunque – continuò Socrate -, vuoi raccontarmi brutte cose su di lui e non sei nemmeno certo che siano vere.

Forse puoi ancora passare il test. Rimane il terzo setaccio, quello dell’utilità. È utile che io sappia cosa mi avrebbe fatto questo amico?

No, davvero.

Allora, – concluse Socrate -, quello che volevi raccontarmi non è né vero, né buono, né utile; perché volevi dirmelo?

MORALE: Se ciascuno di noi potesse meditare e metter in pratica questo piccolo test, forse il mondo sarebbe migliore.

Il bicchiere di acqua

Il professore della Facoltà di Psicologia fa il suo ingresso in aula. Il suo corso è uno dei più frequentati. Prima che inizi la lezione c’è un gran vociare tra gli studenti che, riuniti a piccoli gruppi, parlano tra loro.

Il professore tiene in mano un bicchiere d’acqua. Nessuno nota questo dettaglio finché il professore, sempre con il bicchiere d’acqua in mano, inizia a girovagare tra i banchi dell’aula. Il professore cammina, incrocia gli sguardi dei ragazzi, ma rimane in silenzio.

Gli studenti si scambiano sguardi divertiti, ma non sono sorpresi. Qualcuno pensa che il gesto serva a introdurre una lezione sull’ottimismo e sul classico esempio del bicchiere mezzo pieno, o mezzo vuoto.

Il professore, invece, si ferma, e domanda ai suoi studenti:
“Secondo voi quanto pesa questo bicchiere d’acqua?”.

Gli studenti sembrano un po’ spiazzati dalla domanda, ma in molti rispondono ipotizzando un peso compreso tra i 200 e i 300 grammi.

“Il peso assoluto del bicchiere d’acqua è irrilevante – risponde il professore –.
Ciò che conta davvero, è per quanto tempo lo tenete sollevato”.

Felice di aver catturato l’attenzione dei suoi studenti, il professore continua:
“Sollevatelo per un minuto, e non avrete problemi!
Sollevatelo per un’ora, e vi ritroverete un braccio dolorante…
Sollevatelo per un’intera giornata, e vi ritroverete un braccio paralizzato!”.

Gli studenti continuano ad ascoltare attentamente il loro professore di psicologia il quale dice:
“In ognuno di questi tre casi il peso del bicchiere non è cambiato.
Eppure, più il tempo passa, più il bicchiere sembra diventare pesante…
Lo stress e le preoccupazioni, sono come questo bicchiere d’acqua.
Piccole o grandi che siano, ciò che conta è quanto tempo dedichiamo loro.
Se dedichiamo ad esse il tempo minimo indispensabile, la nostra mente non ne risente.
Se iniziamo a pensarci più volte durante la giornata, la nostra mente inizia ad essere stanca e nervosa.

Se pensiamo continuamente alle nostre preoccupazioni, la nostra mente si paralizza”.

Il professore capisce di avere la completa attenzione dei suoi studenti, e decide di concludere il suo ragionamento:
“Per ritrovare la serenità, dovete imparare a lasciare andare lo stress e le preoccupazioni.
Dovete imparare a dedicare loro il minor tempo possibile, focalizzando la vostra attenzione su ciò che volete, e non su ciò che non volete!
Dovete imparare a mettere giù il bicchiere d’acqua!”.

MORALE: Non affannatevi, dunque, per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno, basta la sua pena!

Il Papa ai nuovi vescovi: “Il primo compito di un vescovo è pregare”

Questa mattina, nella basilica di San Pietro in Vaticano, durante il conferimento dell’episcopato a due sacerdoti, Papa Francesco, nella sua bellissima omelia, ha detto:
“Non è vero episcopato senza servizio, al vescovo compete più il servire che il dominare, con questo servizio custodirete la vostra vocazione, non negli onori o nella potenza, ma sempre servire. Continuate a studiare. Voi sarete i custodi delle fede del servizio e della carità nella Chiesa, pensate che la vicinanza è la traccia più tipica di Dio. La vicinanza, la compassione e la tenerezza”.
“Per favore non lasciate questa vicinanza – commenta ancora a braccio il Papa nell’omelia -. Il vescovo è vicino a Dio nella preghiera. Si, il primo compito di un vescovo è pregare. Poi, un’altra vicinanza è quella ai sacerdoti, per favore non dimenticatevi che i sacerdoti sono i vostri prossimi. L’agenda piena non va, se tu vieni a sapere che ti ha chiamato un sacerdote richiamalo lo stesso giorno perchè questo sa che ha un padre. Infine, la vicinanza al Santo Popolo di Dio, al gregge. Non dimenticare che sei stato tolto dal gregge non da una élite che ha studiato, ha tanti titoli e tocca essere vescovo. Per favore non dimenticate queste vicinanze. Il Signore vi faccia crescere su questa strada della vicinanza, così imiterete meglio il Signore, perché Lui è stato sempre vicino e sta sempre vicino a noi, e con la sua vicinanza che è una vicinanza compassionevole e tenera ci porta avanti.”.

Commento al Vangelo della XXIX Domenica del Tempo Ordinario Anno B (17 ottobre 2021)

Il Figlio dell’uomo è venuto per dare la propria vita in riscatto per molti


Il Vangelo di questa XXIX domenica del tempo ordinario ci fa intravedere la strada della conversione, la strada del cambiamento, dell’umiltà, del servizio. Gli apostoli Giacomo e Giovanni pongono a Gesù una domanda: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Da questa richiesta si intuisce subito che i due apostoli ancora non hanno capito niente dello stile di Dio, della sapienza di Dio! Loro ragionavano come ragiona tantissima gente. Essi pensavano che lo scopo della vita fosse esclusivamente l’affermazione sugli altri. Da questa mentalità nasce la lotta per emergere, la passione per il dominio, la ricerca del potere e del posto prestigioso, la smania di avere sempre di più. Quanto è distante la sapienza di Dio da quella degli uomini! Gli apostoli pregavano, ma pregavano male. Credevano nel Signore, ma a modo loro. Per questo Gesù risponde: «Voi non sapete quello che chiedete». È come se il Maestro volesse dire: “Voi state chiedendo sciocchezze e Dio evidentemente non ascolterà mai coloro che gli domandano stupidaggini”. Il prestigio, il potere, il successo, la gloria, l’onore, le grandezze umane, davanti a Dio sono sciocchezze, perché l’Onnipotente pensa tutto nella luce dell’eternità.

Ecco allora la controdomanda di Gesù: «Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato». Con questa risposta Gesù vuole far capire ai due apostoli che la sua gloria sarà la Croce, il suo trono sarà un supplizio. I due apostoli, ma anche gli altri dieci, erano ancora immaturi per comprendere questo discorso, tanto è vero che Gesù, a questo punto, precisa il suo pensiero e mette davanti agli apostoli due strade: quella che porta a Dio e quella che allontana da Lui.

L’evangelista, infatti, scrive che Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono». Il mondo, purtroppo, è assestato di potere. Più l’uomo si allontana da Dio – che è la vera grandezza – più ha bisogno del piedistallo del dominio, della vanità, della prepotenza, della vanagloria, dell’esibizione, dell’apparire. Per il prestigio, per la gloria, per il potere, per una poltrona, cosa non farebbe l’uomo! Questo accade perché abbiamo rifiutato Dio. Nel nostro cuore non c’è Dio ma il nostro Io. Però Gesù, prosegue l’evangelista, continua il suo discorso e dice: «Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti». Questa è la strada che porta a Dio: l’umiltà, il servizio. Questa è la vera grandezza, la vera gloria! È una strada difficile, stretta, ma è la strada della vera felicità.

Gesù conclude il suo discorso dicendo: «Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti». Quel sangue versato sulla croce, dunque, non è una forma di potere, bensì il gesto concreto del Figlio di Dio che ci ha amato. Governare non è spadroneggiare ma servire. Amare è donare la vita per gli altri, per i fratelli e anche per i propri nemici. Ci salva quel sangue versato dal Figlio di Dio perché è un gesto libero del Maestro. È un atto d’amore. Il vero discepolo sa di dover seguire la stessa via tracciata dal Maestro. Ma nella libertà e nella gioia di donarsi.

Anche Isaia, descrivendo la figura del servo del Signore (il quale è la prefigurazione di Gesù) dice che, attraverso la sua umiliazione e la sua sofferenza, il servo realizza la volontà salvifica di Dio. Il servo – prosegue il profeta -,  prendendo su di sé i peccati della moltitudine, diventa sacrificio espiatorio per gli altri e porta a compimento il piano del Signore. Infatti Isaia scrive: «Il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità» (I Lettura). Gesù, sommo sacerdote, conosce e comprende la nostra debolezza, avendo anch’egli condiviso le nostre difficoltà «infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato» (II Lettura). Per questo motivo, ogni volta che cadiamo dobbiamo rialzarci ed accostarci – si legge nella lettera agli Ebrei – «con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno». Amen!

Commento al Vangelo della XXVIII Domenica del Tempo Ordinario Anno B (10 ottobre 2021)

Vendi quello che hai e seguimi

Il Vangelo di questa domenica è diviso in tre parti: la vocazione del giovane ricco, il pericolo delle ricchezze e la ricompensa ai discepoli che hanno lasciato tutto.

L’evangelista, infatti, parla di un giovane ricco (di cui non specifica l’identità, in modo che ognuno di noi possa riconoscersi in lui) che incontra Gesù e gli chiede di indicargli la via per avere la vita eterna. La risposta del Maestro non si fa attendere: «Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Con questa risposta il Signore vuole far capire a questo giovane, e anche a noi, che seguire Lui chiede sempre un impegno, una decisione. Se davvero vogliamo seguire Gesù, dobbiamo liberarci da tutte quelle cose materiali che non ci faranno mai felici. Per seguire il Signore non basta, quindi, osservare i comandamenti, ma occorre accogliere con generosità il suo Vangelo. Nulla dobbiamo anteporre a Cristo, né i beni che possediamo, né le nostre sicurezze. Per tale motivo questo giovane quando udì queste parole «si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni». L’evangelista continua dicendo che «Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: “Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!”» e conclude: «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Queste parole di Gesù dovrebbero spaventarci come erano spaventati, stupefatti i discepoli. La vera ricchezza, quella che riempie il cuore e dà pace alla vita non consiste nell’accumulare, nel possedere, ma nel dare, nell’offrire, nel condividere. Purtroppo noi, figli di un mondo ricco, siamo tesi a prendere, ad avere, a ricevere! Seguire Gesù richiede una donazione totale. Per tale motivo alla domanda di Pietro «Abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito» Gesù risponde: «Non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».

A volte si pensa che la vita evangelica sia solo privazione. Così pensò anche il giovane ricco il quale non era stato capace di rinunciare a quanto possedeva. In verità, la scelta di seguire il Signore sopra ogni cosa è sommamente conveniente, non solo per salvare la propria anima nel futuro, ma anche per gustare «cento volte» di più su questa terra. Chiediamo al Signore lo spirito di sapienza, il solo che permette di distinguere davvero il bene dal male e quindi di non vivere nella stoltezza.

Il re Salomone ha collocato la sapienza al di sopra di ogni altra cosa, non gli onori, le ricchezze e, per questo, Dio gliel’ha concessa insieme a tutti gli altri beni (I Lettura). Questo dono è elargito da un’esistenza condotta nella fede, che ascolta la Parola di Dio che viene definita, nella Lettera agli Ebrei, con cinque elementi: viva, cioè ha la capacità di suscitare la vita nell’uomo; efficace, dinamica e attiva, che produce gli effetti che dichiara; tagliente e penetrante come la spada dei legionari romani affilata nelle due parti, che raggiunge, provocando dolore, l’anima umana; scruta, discerne e giudica il valore morale del cuore e dell’agire dell’uomo. Questa Parola rappresenta Dio stesso che si fa presente all’uomo (II Lettura).

Solo chi prende Dio sul serio, può essere certo di diventare povero perché, come diceva san Francesco d’Assisi: “La povertà consiste nel non far più caso al denaro che alla polvere della strada”.

Concludo invitando a far nostre le parole di san Basilio: “Che cosa risponderai a Dio, tu che vesti i muri e non vesti il tuo simile? Tu che ami il tuo cavallo e non hai uno sguardo per il tuo fratello in miseria? Tu che lasci marcire il tuo grano e non nutri chi ha fame?”.

L’errore di Albert Einstein

Un giorno Albert Einstein scrisse alla lavagna:

9×1 = 9
9×2 = 18
9×3 = 27
9×4 = 36
9×5 = 45
9×6 = 54
9×7 = 63
9×8 = 72
9×9 = 81
9×10 = 91

In classe lo derisero e lo presero in giro, perché aveva commesso un errore, in quanto la risposta corretta per 9×10 è 90.

Albert Einstein aspettò che tutti stessero zitti e disse: “Nonostante io abbia risposto correttamente alle prime 9 domande, nessuno si è congratulato con me. Invece, quando ne ho sbagliato una, tutti hanno iniziato a ridere. Ciò significa che, nonostante io possa avere molto successo, la società noterà solo l’errore più piccolo e se ne prenderà gioco. Non lasciate che una semplice critica distrugga i vostri sogni”.

MORALE: Solo chi non fa niente non sbaglia.

Commento al Vangelo della XXVII Domenica del Tempo Ordinario Anno B (3 ottobre 2021)

L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto

La prima lettura e il Vangelo affrontano un argomento molto importante ed anche molto scottante: l’indissolubilità del matrimonio.

La prima lettura presenta il progetto di Dio sulla famiglia. Essa mostra il senso originario della vocazione matrimoniale a cui l’uomo è chiamato: una relazione di amore indissolubile, di parità e di unità con un suo simile. La donna è colei che sta di fronte all’uomo in modo complementare, permettendogli di superare quella radicale solitudine che da solo non può superare. Dio, dunque, ha pensato la famiglia perché fosse una, indissolubile e aperta alla vita. Ma se la famiglia è pensata dall’Onnipotente in questo modo, ne deriva che ogni volta che l’uomo si allontana dal progetto di Dio, egli moltiplica affanni, sofferenze, amarezze e squilibri: perché le leggi di Dio non si violano mai impunemente.

Nel Vangelo, invece, l’evangelista ci proietta nel bel mezzo di una disputa sul matrimonio. Gesù, però, non vuole cimentarsi in nessuna discussione e va al cuore del problema: ricorda la triste realtà dell’uomo peccatore dal cuore indurito che ha dimenticato la sua condizione e vocazione originaria. Riprendendo il passo della Gènesi, Gesù ribadisce l’unità dei coniugi nella volontà creatrice di Dio, segno di quell’alleanza che il Signore stesso ha stretto con Israele. Il Vangelo presenta, quindi, una situazione di famiglia che non è più secondo il progetto di Dio: è entrato il peccato ed ha avvelenato la stupenda opera del Signore.

L’uomo e la donna si sono induriti nel cuore ed hanno deviato dal progetto di Dio: l’egoismo è diventato legge suprema e il capriccio un diritto. Tenendo presente questa situazione «alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie». L’evangelista continua dicendo che Gesù risponde senza esitazione: «L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». Con questa risposta il Signore vuol farci capire che la famiglia è una unità voluta da Dio e quindi l’uomo non deve azzardarsi mai a separare ciò che Dio ha unito.

La risposta che Gesù da’ ai farisei è netta e lascia tutti con il fiato sospeso. Anche i discepoli restarono impressionati e «a casa, lo interrogavano di nuovo su questo argomento». La risposta di Gesù fu ancora più chiara: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio». Gesù, notiamo, difende fino in fondo l’unità della famiglia.

Al giorno d’oggi vi sono tante famiglie sfasciate, perché non prenderne atto? Perché continuare a stare insieme? Umanamente parlando il ragionamento sembra giusto, ma Cristo non ragiona così. La rottura del vincolo matrimoniale è sempre una ferita al creato. Oggi, purtroppo, assistiamo allo sgretolamento di molte famiglie e a monte c’è sempre un peccato, una colpa. Il Signore, però, non darà mai via libera al peccato, non chiamerà mai “diritto” ciò che è soltanto egoismo e rifiuto di amare. Però vi sono anche tante situazioni estremamente complesse che vanno guardate con comprensione e misericordia. Va salvaguardata, innanzitutto la ricchezza di una decisione che lega per la vita e che fa di due persone «una carne sola». La Chiesa, intesa come famiglia di Dio, diviene l’immagine stessa della famiglia che nasce dal sacramento del matrimonio. La stessa Chiesa è concepita come una madre che genera, che custodisce e che accompagna. Nella Chiesa, più che altrove, debbono vedersi realizzate le parole della prima lettura: «Non è bene che l’uomo sia solo». La Chiesa, che è la famiglia di Dio, la famiglia di tutti, non deve lasciare solo nessuno, non deve discriminare, emarginare, giudicare coloro che vivono in situazioni di peccato ma deve accogliere ed avere misericordia verso costoro, verso tutti.

Nella società domina la logica dell’assurdo, dell’egoismo: anziani che vengono emarginati, bambini abbandonati o uccisi etc.; questo modo di pensare porta solo frutti amari.  Non dimentichiamocelo. Cerchiamo di convertirci!

In questa domenica la Chiesa ci invita a recitare la supplica alla Beata Vergine Maria del Santo Rosario di Pompei. Chiediamo a Lei, invocata col titolo di Regina della famiglia, affinché ci aiuti nel rendere possibile il progetto iniziale del Creatore, perché superata la durezza del cuore, crei in noi un cuore nuovo, un cuore capace di amare in pienezza.

La grande promessa. Verso la misericordia con santa Margherita Maria Alacoque

Viviamo un periodo tanto delicato per la famiglia umana, difatti è in corso un nuovo assestamento nell’equilibrio mondiale delle Nazioni. I princìpi morali sono stati conculcati e la serenità dei popoli e degli individui brancola senza orizzonti chiari e scuri. Per tale motivo si propone, attraverso questo libretto, edito da Tau editrice, scritto e curato da don Lucio D’Abbraccio, di divulgare e far conoscere la «Grande Promessa» fatta da Gesù a santa Margherita Maria Alacoque nel 1689, un anno prima della sua morte, che assicura di raggiungere quella felicità eterna per cui siamo stati creati.

Preghiera ai tre arcangeli: Michele, Gabriele e Raffaele

Oggi, 29 settembre, si festeggiano i santi arcangeli: Michele, Gabriele e Raffaele. Non c’è giorno migliore per rivolgere loro una preghiera e mostrare tutta la nostra devozione. Questi tre magnifici arcangeli sono molto potenti. Con il loro aiuto possiamo sempre sentirci al sicuro e protetti.

Ecco la preghiera ai tre arcangeli che ho scritto per voi:

Glorioso san Michele Arcangelo, principe delle milizie celesti, difendici contro tutti i nostri nemici visibili e invisibili, affinché nessun male ci possa colpire. Aiutaci ad avere sempre fede in Dio perché nessuno è più grande di Lui. Sii sempre, o potente san Michele Arcangelo, nostro difensore nella tentazione affinché possiamo resistere al demonio che, come leone ruggente, va in giro cercando chi divorare.

San Gabriele Arcangelo, forza di Dio, tu che sei stato inviato alla Vergine santa, per annunciarle che l’Onnipotente l’aveva prescelta quale madre del suo Unigenito, svelaci i tesori racchiusi nella persona del Figlio di Dio, perché come te possiamo adorare Cristo, nostra unica salvezza e Verbo incarnato, per opera dello Spirito Santo, nel grembo della beata Vergine Maria, ad avere sempre fiducia in Dio, a cui nulla è impossibile.

San Raffaele Arcangelo, guida sicura dei viaggiatori, tu che, con la potenza divina, operi miracolose guarigioni, guidaci nel corso del nostro pellegrinaggio terreno e suggeriscici i rimedi che possono guarire le nostre anime e i nostri corpi. Amen!

Il contadino

Un contadino stanco della routine del campo e di tanto duro lavoro, decise di vendere la sua tenuta.
Siccome sapeva che il suo vicino era un eccellente poeta, decise di chiedere a lui il favore di fargli il cartello di vendita.
Il poeta accettò di buon grado e gli fece un cartello che diceva:
“Vendo un pezzettino di cielo adornato da bei fiori e verdi alberi, bei prati e un fiume cristallino con l’ acqua più pura che abbiate mai vista”.

Il poeta dovette andar via per un po’ di tempo ma al suo ritorno decise di andare a trovare il suo nuovo vicino.
La sua sorpresa fu immensa al vedere che il contadino non era andato via!
Il poeta, quindi, domandò: “Amico, non sei andato via dalla tenuta?”.

Il contadino sorrise e gli rispose: “No, mio caro vicino, dopo che ho letto il cartello che mi avete fatto ho capito
che possedevo il pezzo più bello della terra e che non ne avrei trovato un altro migliore”.

Morale: Non aspettare che arrivi un poeta per farti un cartello che ti dica quanto è meravigliosa la tua vita, la tua casa, la tua famiglia e tutto il lavoro che oggi devi fare. Dai grazie a Dio per la vita, per la salute, la speranza di andare avanti lottando per arrivare alla tua meta.