Seguimi!

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, un tale si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?». Gli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Buono è uno solo. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». Gli chiese: «Quali?».
Gesù rispose: «Non ucciderai, non commetterai adulterio, non ruberai, non testimonierai il falso, onora il padre e la madre e amerai il prossimo tuo come te stesso». Il giovane gli disse: «Tutte queste cose le ho osservate; che altro mi manca?». Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!».
Udita questa parola, il giovane se ne andò, triste; possedeva infatti molte ricchezze.

MORALE: Purtroppo, spesso, come questo giovane, chiudiamo il cuore alla chiamata del Signore ignorando il suo invito a seguirlo!

Annunci

La storia dei tre setacci

Nell’antica Grecia Socrate aveva una grande reputazione di saggezza. Un giorno venne qualcuno a trovare il grande filosofo, e gli disse:

– “Sai cosa ho appena sentito sul tuo amico?”

– “Un momento” – rispose Socrate – “Prima che me lo racconti, vorrei farti un test, quello dei tre setacci.”

– “I tre setacci?”

– “Ma sì” – continuò Socrate – “Prima di raccontare ogni cosa sugli altri, è bene prendere il tempo di filtrare ciò che si vorrebbe dire. Lo chiamo il test dei tre setacci. Il primo setaccio è la verità. Hai verificato se quello che mi dirai è vero?”

– “No… ne ho solo sentito parlare…”

– “Molto bene. Quindi non sai se è la verità. Continuiamo col secondo setaccio, quello della bontà. Quello che vuoi dirmi sul mio amico, è qualcosa di buono?”

– “Ah no! Al contrario.”

– “Dunque” – continuò Socrate – “Vuoi raccontarmi brutte cose su di lui e non sei nemmeno certo che siano vere. Forse puoi ancora passare il test, rimane il terzo setaccio, quello dell’utilità. E’ utile che io sappia cosa mi avrebbe fatto questo amico?”

– “No, davvero.”

– “Allora” – concluse Socrate – “quello che volevi raccontarmi non è né vero, né buono, né utile; perché volevi dirmelo?”

Morale: se ciascuno potesse meditare e mettere in pratica questo piccolo test, molto probabilmente il mondo sarebbe un posto migliore.

Commento al Vangelo della XX Domenica del Tempo Ordinario Anno C (18 Agosto 2019)

Sono venuto a portare il fuoco sulle terra!

I profeti sono scomodi perché dicono la verità e vanno contro le mode facili e contro le attese sbagliate della gente. Per questo chi dice la verità è condannato a soffrire. Geremia ne è una prova. Nella I Lettura abbiamo ascoltato che i capi dissero al re: «Si metta a morte Geremia, perché egli scoraggia i guerrieri che sono rimasti in questa città e scoraggia tutto il popolo». Era vero ciò che i capi dissero al re? Assolutamente no! Geremia diceva la verità e rimproverava la vita immorale del popolo, per questo fu condannato e gettato «nella cisterna».

Oggi è la stessa cosa. Proviamo a dire la verità, proviamo a parlare secondo il vangelo e vi assicuro che ci faremo molti nemici. Perché ciò? Perché oggi va di moda la menzogna. Le persone non vogliono sentire la verità, ma quello che a loro piace e fa comodo. Oggi viviamo in un mondo di apparenza, di ipocrisia. Quante volte, parlando con le persone gli diciamo ciò che in realtà non stiamo pensando. È ipocrisia questa? Assolutamente sì! Se noi davvero vogliamo essere dei buoni cristiani dobbiamo avere il coraggio di incontrare incomprensioni e impopolarità: dobbiamo cercare di avere la stima dei fratelli, la loro amicizia, ma non a qualsiasi prezzo. Ciò significa che se una persona sbaglia, in modo molto caritatevole e fraterno, dobbiamo farle capire che sta sbagliando e non assecondarla nel suo errore. Lo facciamo noi questo?

Gesù nel vangelo afferma che sulla terra lui «è venuto a portare non la pace» bensì «la divisione». Sono parole da intendere bene. Noi sappiamo che Gesù ha predicato la pace non intesa come frutto di compromesso o di silenzio, ma come frutto di conversione alla verità. La pace predicata dal Signore non era una pace di menzogna ma di verità e la verità è scomoda, crea divisione, innervosisce tutti coloro che vogliono la menzogna.

Spesso si creano fra noi divisioni per motivi esclusivamente umani: orgoglio, gelosia, superbia, arroganza, rivalità etc. Queste divisioni non sono nel disegno di Dio, devono sempre essere ricomposte, ritrovando la pace dentro noi stessi. Anche all’interno delle nostre comunità, per svariati motivi, vi sono divisioni. Il nostro impegno, dunque, deve essere quello di aiutare, noi stessi e gli altri, a crescere ogni giorno nell’unità correggendoci fraternamente dicendo sempre, con garbo, la verità.

L’evangelista Luca annota anche che Gesù ai suoi discepoli disse: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!». Lungo tutta la sua vita Gesù ha cercato di accendere sulla terra il fuoco del regno di Dio, e lo ha fatto ardendo egli stesso della sua passione d’amore per Dio e per gli uomini suoi fratelli: egli avrebbe voluto immergere tutti nel fuoco dello Spirito Santo, il fuoco del suo amore (cf Lc 3, 16). Ed è questo stesso fuoco che ha finito di consumarlo, per condurlo cioè a una morte emblematica, frutto di una vita spesa e donata fino alla fine, fino al punto estremo.

È proprio la prospettiva della morte violenta quella che Gesù evoca mediante l’immagine del battesimo, dell’immersione: «Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!». Gesù comprendeva che in un mondo ingiusto il suo vivere come giusto poteva solo creare divisione e condurlo ad essere perseguitato, ad essere immerso nell’ingiusto sofferenza e nella morte violenta (cf Sal 69, 3.15; Is 43, 2), come avverrà nell’ora della passione, un’ora da lui accolta nella libertà e per amore. Alla sua sequela anche i suoi discepoli nel corso della storia conosceranno quest’ora, come egli ha loro preannunciato (cf Mc 10, 38): essi non dovranno stupirsi dell’incendio di persecuzione che si accenderà contro di loro, ma dovranno rallegrarsene, certi di partecipare in questo modo alla stessa sorte del loro Signore (cf 1Pt 4, 12-16). I primi cristiani meravigliosamente vissero il fuoco della fede e con le parole e la vita creavano, in coloro che li vedevano e ascoltavano, crisi e ripensamento. Davvero essi, per restare fedeli al vangelo, affrontarono le persecuzioni perché credevano che chi perde la vita per il Signore, la salva per l’eternità.

Oggi, invece, noi creiamo nuove divinità: personaggi dello sport, del cinema, della canzone etc. sono talmente divinizzati che la loro vita immorale, ampiamente pubblicizzata dalla televisione e dai social network diventa, purtroppo, esempio che molti giovani seguono.

Abbiamo ascoltato che Gesù, citando un oracolo del profeta Michea dice: «D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera». Queste parole netti e forti ci vogliono far comprendere che dobbiamo iniziare a prendere posizione di fronte alle esigenze radicali poste da Gesù: o si sceglie di vivere come lui ha vissuto, certi che la propria vita è «salvata» per l’eternità; oppure, pur continuando a definirci cristiani, continuiamo a vivere la nostra «falsa» fede rifiutando di accogliere e vivere la sua Parola. Siamo capaci e disponibili di mettere al primo posto Gesù? Siamo disposti a dare la vita per lui? Ci sentiamo completamente coinvolti nella missione della Chiesa? La nostra fede è veramente salda nel Signore? Non esiste una terza possibilità: o si è con lui o si è contro di lui!

La vita di fede è un cammino, una corsa, a volte faticosa, ma nella quale non possiamo fermarci. In questa corsa dobbiamo correre con perseveranza tenendo fisso lo sguardo su Gesù. Purtroppo, spesso, non solo non corriamo, ma neanche camminiamo alla sequela di Gesù. Per perseverare con fedeltà in questa corsa è necessario deporre tutto ciò che è di peso e il peccato e il peccato che ci intralcia.

Chiediamo al Signore che ci faccia comprendere ciò che è un peso nella nostra vita, ci aiuti a vincere ogni forma di apatia, ci sostenga nei momenti di prova e di tentazione e riaccenda nei nostri cuori il fuoco da lui acceso, lottando con tutte le nostre forze perché non si spenga. Amen!

Commento al Vangelo nella solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria – messa del giorno (15 agosto 2019)

L’anima mia magnifica il Signore!

Il brano del vangelo ci presenta Maria la quale dopo l’annuncio dell’incarnazione ricevuto dall’angelo, a cui aveva risposto: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (cf Lc 1, 38), senza alcun indugio si reca presso la cugina Elisabetta: essa è animata dal desiderio di essere vicina a una donna sterile eppure incinta per opera della misericordia di Dio, cui nulla è impossibile (cf Lc 1, 37). È un episodio ricco di simboli e di significati. Luca annota che «appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo e, colmata di Spirito Santo esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!”». Il saluto che l’anziana Elisabetta rivolge a Maria riecheggia l’espressione del re Davide quando accoglie a Gerusalemme l’arca dell’alleanza (cf 2Sam 6, 9), e Maria è la nuova arca dell’alleanza, che festosamente porta in sé non le tavole della legge, ma il perfezionatore della legge, Cristo Signore.

Maria è esaltata soprattutto per la sua fede, per il suo abbandono alla volontà di Dio: «E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto». Lei ha creduto, si è resa disponibile alla Parola; per questa sua obbedienza è divenuta la Vergine Madre.

Maria, dinanzi alle meraviglie che Dio ha compiuto in lei e rispondendo all’acclamazione della cugina Elisabetta, innalza il suo canto di lode e di ringraziamento dicendo: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore». Sì, Maria riconosce lo sguardo di amore dell’Onnipotente su di lei, quell’amore che chiede solo di essere accolto: «perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome». In questo cantico, inoltre, è delineata l’azione potente di Dio che «Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote».

Quando l’amore di Dio trabocca nel cuore di un credente, allora tutta la vita segnata dalla grazia divina si trasforma in canto di lode e di ringraziamento, un inno di liberazione e di gioia che non può restare inascoltato o confinato nelle mura domestiche. La Vergine Maria canta il suo amore per Dio ad alta voce. Il suo canto è pieno di bellezza, di speranza, di luce: rivela quello che noi saremo, ossia pienamente trasformati dalla grazia di Cristo a sua immagine e somiglianza, per sempre.

L’assunzione di Maria Vergine in anima e corpo al cielo è un mistero grande, ma è soprattutto un mistero di speranza e di gioia per tutti noi: in Maria vediamo la meta verso cui camminano tutti coloro che sanno legare la propria vita a quella di Gesù, che lo sanno seguire come ha fatto Maria.

Questa festa, però, parla anche del nostro futuro, ci dice che anche noi saremo accanto a Gesù nella gioia di Dio e ci invita ad avere coraggio, a credere che la potenza della Risurrezione di Cristo, che è «primizia di coloro che sono morti» (II Lettura), può operare anche in noi e renderci uomini e donne che ogni giorno cercano di vivere da risorti, portando nell’oscurità del male che c’è nel mondo, la luce del bene.

Che Maria, «arca dell’alleanza, donna vestita di sole» (I Lettura), «primizia e immagine della Chiesa, madre di Cristo e Signore nostro» (Prefazio), immacolata nella sua concezione, illibata nella sua divina maternità, colei che non ha conosciuto la corruzione del sepolcro, che è stata innalzata in anima e corpo alla gloria del cielo, dove risplende Regina alla destra del Figlio suo, Re immortale dei secoli, ci aiuti a vivere in questo mondo costantemente rivolti ai beni eterni, per condividere, un giorno, la sua stessa gloria. Amen.

Commento al Vangelo della messa vespertina nella solennità dell’Assunzione (14 agosto 2019)

Beata la Vergine Maria, che ha portato in grembo il Figlio dell’eterno Padre!

Nella messa vespertina della solennità dell’Assunzione al Cielo della Madre di Dio, celebriamo il passaggio dalla condizione terrena alla beatitudine celeste di Colei che ha generato nella carne e accolto nella fede il Signore della Vita. La venerazione verso la Vergine Maria accompagna fin dagli inizi il cammino della Chiesa e già a partire dal IV secolo appaiono feste mariane: in alcune viene esaltato il ruolo della Vergine nella storia della salvezza, in altre vengono celebrati i momenti principali della sua esistenza terrena. Il significato dell’odierna festa è contenuto nelle parole conclusive della definizione dogmatica, proclamata dal venerabile Pio XII il 1° novembre 1950: «L’Immacolata sempre Vergine Maria, Madre di Dio, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo» (cf Cost. ap. Munificentissimus Deus, AAS 42 [1950], 770).

Artisti d’ogni epoca hanno dipinto e scolpito la santità della Madre del Signore adornando chiese e santuari. Poeti, scrittori e musicisti hanno tributato onore alla Vergine con inni e canti liturgici. Da Oriente a Occidente la Tutta santa è invocata Madre celeste, che sostiene il Figlio di Dio fra le braccia e sotto la cui protezione trova rifugio tutta l’umanità, con l’antichissima preghiera: “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, ma liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta”.

Nel vangelo che è stato proclamato, l’evangelista Luca scrive che: «mentre Gesù parlava alle folle, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: “Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!”. Ma egli – prosegue l’evangelista – disse: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!”».

In questo frammento del vangelo notiamo che Gesù non respinge la lode appassionata che quella donna semplice dedica a Colei che ha avuto il privilegio di portare in grembo e di allattare il Figlio dell’eterno Padre, anzi, il Cristo Signore, con la sua risposta, ha fatto il più grande e il più bello encomio alla sua santissima Madre la quale, dal momento dell’annunciazione e fino al suo starsene ritta ai piedi della croce fu sempre in ascolto di quella Parola di Dio di cui fu serva e madre obbediente.

Ebbene, Maria è Madre non solo perché ha generato il Figlio di Dio, ma lo è – come dice ancora Luca – perché «custodiva tutte queste cose [riguardanti Gesù] meditandole nel suo cuore» (cf Lc 2, 19.51). Ed è per questo che Maria è “beata”: non solo perché ha avuto in grembo e allattato Gesù, ma perché ne ha ascoltato e custodito la Parola.

Ella, nel cui grembo si è fatto piccolo l’Onnipotente, dopo l’annuncio dell’Angelo – leggeremo nel vangelo di domani -, senza alcun indugio, si reca in fretta dalla parente Elisabetta per portarle il Salvatore del mondo. E, infatti, «appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo … [e] fu colmata di Spirito Santo» (cf Lc 1,41); riconobbe la Madre di Dio in «colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore ha detto» (cf Lc 1,45). Le due donne, che attendevano il compimento delle promesse divine, pregustano, ora, la gioia della venuta del Regno di Dio, la gioia della salvezza.

Affidiamoci a Colei che – come affermava il papa san Paolo VI – «assunta in cielo, non ha deposto la sua missione di intercessione e di salvezza» (Cf Es. ap. Marialis Cultus, 18, AAS 66 [1974], 130). A Lei, guida degli Apostoli, sostegno dei Martiri, luce dei Santi, rivolgiamo la nostra preghiera, supplicandola di accompagnarci in questa vita terrena, di aiutarci a guardare il Cielo e di accoglierci un giorno accanto al Suo Figlio Gesù.

Commento al Vangelo della XIX Domenica del Tempo Ordinario Anno C (11 agosto 2019)

Vegliate e tenetevi pronti!

«Non temere, piccolo gregge»! Le parole di Gesù con cui si apre il vangelo odierno, sono un invito alla fiducia. Oggi nel mondo c’è tanta cattiveria, falsità, egoismo, ipocrisia e, spesso, il vero cristiano è sfiduciato. Però, questa espressione del Signore significa: «State tranquilli, non spaventatevi, non vi amareggiate, fidatevi di Dio e certamente non ve ne pentirete perché lasciando tutto per Dio, facendo la sua volontà e obbedendo ai suoi comandi, riceverete il centuplo e la vita eterna». E allora, anche quando la Chiesa è perseguitata, quando la fede è derisa, restiamo con Cristo e lasciamoci guidare da Lui. Pensiamo per un momento al martirio di santo Stefano: un giovane circondato dall’odio di un tribunale, non si lascia piegare, intimorire. Egli sa quel che rischia. Egli vede i sassi già pronti per l’esecuzione. Eppure è deciso e resta fedele a Cristo. Per lui la vita conta solo se vissuta per Cristo e quindi non esita a perderla perché sa che il Signore gli darà in premio la vita eterna. Paolo vede, assiste e, certamente, disprezza Stefano. Ma un giorno Paolo scriverà: «Ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo» (cf Fil 3, 8).

Il vero discepolo, dice Gesù, è colui che non accumula tesori su questa terra: «Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove il ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore». La vita è preziosa, si accorcia ogni giorno di più e, perciò, non va sciupata, ma vissuta con la maggiore intensità possibile ricordandoci sempre che se Gesù è il nostro vero tesoro, colui per il quale vale addirittura la pena di perdere la vita (cf Lc 9, 24), saremo anche capaci di orientare tutta l’esistenza verso la sua venuta alla fine dei tempi. La verità più bella del cristianesimo è che la vita non è la festa, ma l’attesa della festa. Noi cristiani siamo infatti per definizione coloro che vivono «con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo» (cf Tit 2, 13), «coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione» (cf 2Tm 4, 8). Il brano del vangelo ci invita, inoltre, all’attesa vigilante, per non essere impreparati quando il Signore viene a bussare alla nostra porta: «Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito». A questo mandato egli unisce una promessa: «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli». Per chi lo attende con perseveranza il Signore ripeterà i gesti compiuti nell’ultima cena, quando si è fatto servo dei suoi discepoli e ha detto loro: «Chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve» (cf Lc 22, 27). Sì, dobbiamo sempre essere ben desti, perché il Signore Gesù, il Figlio dell’uomo, verrà nell’ora che non pensiamo, come un ladro nella notte; per chi avrà saputo attenderlo – «e se, giungendo nel bel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!» – si compirà allora la sua parola: «Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove e io preparo per voi un regno, come il Padre mio l’ha preparato per me, perché mangiate e beviate alla mia mensa nel mio regno» (cf Lc 22 28-30).

Infine, sollecitato da Pietro: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?», Gesù trae alcune conseguenze delle sue parole per quanti nella comunità hanno responsabilità di guida, responsabilità «pastorali». Gesù, infatti, attraverso le sue parole che valgono per tutti, vuol far capire che il favoritismo appartiene alla terra e non al cielo. È vero che tutti siamo invitati a vigilare, però è anche vero che il Signore, il «Pastore supremo» (cf 1Pt 5, 4), ha affidato ad alcuni il compito di essere amministratori fedeli e sapienti, incaricandoli di dare «la razione di cibo a tempo debito» ai con-servi. Ebbene costoro, cioè i pastori della chiesa, sappiano di essere chiamati a svolgere il loro ministero quali «servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio» (cf 1Cor 4, 1). Se questi servi saranno trovati intenti al loro servizio «beati loro», perché di percosse ne riceveranno poche; se invece, per l’affievolirsi dell’attesa del Signore, cederanno alla tentazione di spadroneggiare sul gregge loro affidato (cf 1Pt 5, 3), saranno puniti con severità poiché non potranno dire di non essere stati avvertiti: «Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse».

Il piccolo gregge della chiesa non deve temere nulla dall’esterno: l’unica minaccia seria può venirgli da se stesso, dalla sua incapacità di amare il Signore Gesù e di tenersi pronto alla sua venuta nella gloria. È questa attesa vigilante che dà senso alla nostra vita e ispira il nostro comportamento quotidiano. Lo aveva ben capito san Basilio, il quale scriveva: «Che cosa è proprio del cristiano? Vigilare costantemente ed essere sempre pronto a compiere ciò che è gradito a Dio, sapendo che nell’ora che non pensiamo il Signore viene».

Chiediamo a Dio Padre che arda nei nostri cuori la stessa fede che spinse Abramo a vivere sulla terra come pellegrino, e che non si spenga la nostra lampada, perché vigilanti nell’attesa della sua ora siamo introdotti da lui nella patria eterna. Amen.

8 agosto: memoria di san Domenico di Guzmán, sacerdote e fondatore dell’ “Ordo prædicatorum” (O.P.)

Domenico, che significa “consacrato al Signore”, nasce nel 1170 a Caleruega, un villaggio montano della vecchia Castiglia (Spagna) da Felice di Guzmán e da Giovanna d’Aza; venne battezzato con il nome del santo patrono dell’abbazia benedettina di San Domingo de Silos, situata a pochi chilometri a nord del suo paese natale. Fanciullo, è affidato allo zio arciprete perché venga iniziato alle verità della fede e ai primi elementi del sapere.

Domenico, fin da giovane, aveva il sentimento di compassione che gli ispirava la sofferenza altrui. Si racconta, ad esempio, che, ancora studente a Palencia, dove si era trasferito all’età di 15 anni per frequentare corsi regolari di arti liberali e teologia, vendette quanto in suo possesso, incluse le sue preziose pergamene (un grande sacrificio in un’epoca in cui non era stata ancora inventata la stampa), per dar da mangiare ai poveri affermando: “Come posso studiare su pelli morte, mentre tanti miei fratelli muoiono di fame? ”.

Terminati gli studi (1196-97), decise di assecondare la chiamata di Dio al sacerdozio ed entrò nel capitolo canonicale di El Burgo de Osma dietro invito dello stesso priore Diego de Acebes. Quando Diego, da poco eletto vescovo (1201), deve partire per una delicata missione diplomatica in Danimarca, si sceglie Domenico come compagno di viaggio, dal quale non si separerà più. Il contatto vivo con i fedeli della Francia meridionale, dove era diffusa l’eresia dei càtari e l’entusiasmo delle cristianità nordiche per le imprese missionarie verso l’Est, costituirono per Diego e Domenico una rivelazione: anch’essi saranno missionari.

Di ritorno da un secondo viaggio in Danimarca scesero a Roma (1206) e chiesero al Papa Innocenzo III (Lotario dei Conti di Segni, 1198-1216) di potersi dedicare all’evangelizzazione dei pagani. Innocenzo III, invece, orientò il loro zelo missionario verso quella predicazione nella Francia meridionale, la regione dove erano più attivi i càtari, da lui ardentemente e autorevolmente promossa fin dal 1203. I due accettarono e Domenico continuò anche quando si dissolse la legazione pontificia e dopo l’improvvisa morte di Diego (30 dicembre 1207).

La sua attività di apostolato era imperniata su dibattiti pubblici, colloqui personali, trattative, predicazione, opera di persuasione, preghiera e penitenza, appoggiato in questa sua opera da Folco, vescovo di Tolosa, che lo nominò predicatore della sua diocesi.
Pian piano maturò anche l’idea di un ordine religioso. Iniziò con l’istituzione di una comunità femminile che accoglieva donne che avevano abbandonato il catarismo e questa comunità di domenicane esiste ancora. A Domenico si avvicinavano anche uomini, ma resistevano poco al rigoroso stile di vita da lui preteso per testimoniare, con l’esempio, la fede cattolica tra i càtari. Alla fine però riuscì a riunire un certo numero di uomini capaci che condividevano i suoi stessi ideali, istituendo un primo nucleo stabile ed organizzato di predicatori.

Il passo successivo fu in occasione di un viaggio a Roma, nell’ottobre 1215, per accompagnare il vescovo Folco, che doveva partecipare al Concilio Laterano IV, la proposizione a Papa Innocenzo III di un nuovo ordine monastico dedicato alla predicazione; Domenico trovò grande disponibilità nel papa che l’approvò.

L’anno successivo, il 22 dicembre 1216, Papa Onorio III (Cencio Savelli, 1216-1227) diede l’approvazione ufficiale e definitiva. Ottenuto il riconoscimento ufficiale, l’ordine crebbe e, già dal 1217, fu in condizione di inviare monaci un po’ in tutta l’Europa, soprattutto a Parigi e a Bologna, principali centri universitari del tempo.
Nel 1220 e nel 1221 Domenico presiedette personalmente a Bologna ai primi due Capitoli Generali destinati a redigere la magna carta e a precisare gli elementi fondamentali dell’ordine.

Sfinito dal lavoro apostolico ed estenuato dalle grandi penitenze, Domenico muore il 6 agosto 1221, circondato dai suoi frati, nel suo amatissimo convento di Bologna (Basilica di S. Domenico), in una cella non sua, perché lui, il fondatore, non l’aveva.
Papa Gregorio IX (Ugolino dei Conti di Segni, 1227-1241) canonizzò Domenico il 13 luglio 1234.

Il suo corpo dal 5 giugno 1267 è custodito in una preziosa arca marmorea. A Roma, nel chiostro del convento di Santa Sabina all’Aventino è presente una pianta di arancio dolce che, secondo la tradizione domenicana, S. Domenico portò dalla Spagna.

La notorietà delle numerose leggende miracolistiche legate alle sue intercessioni fanno accorrere al suo sepolcro fedeli da ogni parte d’Italia e d’Europa, mentre i fedeli bolognesi lo proclamano “Patrono e Difensore perpetuo della città”.

La fisionomia spirituale di Domenico è inconfondibile: egli stesso nei duri anni dell’apostolato albigese si era definito “umile servo della predicazione”.

Alla base della sua vita sta questo preciso programma apostolico: testimoniare amorosamente Dio dinanzi ai fratelli, donando loro, nella povertà evangelica, la verità.
Il suo genio si rivela anzitutto nell’aver armonizzato in una superiore sintesi gli elementi tradizionali fra loro più opposti e apparentemente irriducibili. Ardito e prudente, risoluto e rispettoso verso l’altrui giudizio, geniale e obbediente alle direttive della Chiesa, Domenico apostolo che non conosce compromessi né irrigidimenti, il predicatore schivo da ogni retorica: il magnanimo, alieno da ogni ombra di grettezza “Tenero come una mamma, forte come il diamante” (H. Lacordaire), concilia la soda formazione teologica all’acuto senso pratico.

Egli concepisce il primo Ordine canonicale i cui membri faranno della predicazione (intesa come contemplazione ad alta voce) la loro divisa. La sua personalità ricca si rifrangerà inesauribilmente nella fioritura di santi che lungo i secoli ne abbracceranno l’ideale e guarderanno filialmente a lui come ad un vero uomo di Dio, all’apostolo che – secondo l’impareggiabile elogio comunicato da Dio a santa Caterina – “prese l’ufficio del Verbo”.