28 giugno: solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù

Imparate da me, che sono mite e umile di cuore!

Il Sacro Cuore di Gesù è la massima espressione umana dell’amore divino. La pietà popolare valorizza molto i simboli, e il Cuore di Gesù è il simbolo per eccellenza della misericordia di Dio; ma non è un simbolo immaginario, è un simbolo reale, che rappresenta il centro, la fonte da cui è sgorgata la salvezza per l’umanità intera.

Il brano del profeta Ezechiele, attraverso l’immagine del pastore, propone la cura che Dio ha per il suo popolo. Tale sollecitudine si articola in tre atti che si susseguono. Il primo riguarda la raccolta e riunione delle pecore per renderle un solo gregge, in modo che nessuna fugga dalla sua attenzione o rimanga fuori per smarrirsi: «Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna […] e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse». Il secondo atto comporta guidare le pecore verso pascoli ubertosi, dove possono nutrirsi per vivere: «Le ricondurrò nella loro terra […] in ottime pasture […]; là si adageranno su fertili pascoli e pasceranno in abbondanza. Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e le farò riposare». Il terzo atto consiste nell’interessarsi della singola persona: «Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata». Di ognuna persona si prende cura, non solo dell’individuo bisognoso, ma anche della pecora grassa: «avrò cura della grassa e della forte», ossia quella persona che sta bene, perché tutti noi siamo suoi figli e lui è un Padre che ci ama teneramente.

Se la sollecitudine di Dio è ben registrata nei testi anticotestamentari, la pienezza della bontà trova il suo riscontro nei passi neotestamentari. L’apostolo Paolo nella lettera ai Romani prospetta l’amore delle tre persone della Santissima Trinità, nelle dovute specificità. Anzitutto lo Spirito Santo ha il compito di effondere l’amore di Dio nel cuore del credente, affinché egli lo possa gustare nel profondo del suo essere: «… l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato». Un amore che rimane esterno a chi lo riceve non avrebbe senso né sarebbe efficace. Immaginiamo due persone che dicono di amarsi; se il loro amore è esterno, di facciata, è ipocrisia e, dunque, prima o poi cesserà; però, se l’amore è vero, allora sarà efficace e durerà per sempre, per tutta la vita. Quindi possiamo dire che l’amore che Dio Padre ha per noi è vero, sincero, e lo ha manifestato donando il suo unigenito Figlio, Gesù Cristo, il quale si è fatto crocifiggere per la salvezza di noi peccatori: «… Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi». Anche se Dio Padre non è salito sulla croce, ha partecipato attivamente al sacrificio di Gesù, il cui scopo ultimo era quello di produrre la riconciliazione degli uomini con il Padre suo e Padre nostro: «… siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, […] grazie al quale ora abbiamo ricevuto la riconciliazione».

Da qui nasce la devozione al Sacro Cuore quale accoglienza dell’amore di Gesù non solo nel suo ambito divino, ma nel suo sentimento umano; ciò significa che noi dobbiamo amare il Signore non solo perché siamo cristiani, ma soprattutto perché Cristo Signore, morendo in croce, ha dato la vita per tutti noi.

Ed infine il Vangelo. Innanzitutto dobbiamo dire che nei Vangeli troviamo diversi riferimenti al Cuore di Gesù, ad esempio nel passo in cui Cristo stesso dice: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (cf Mt 11, 28-29). Fondamentale poi è il racconto della morte di Cristo secondo Giovanni. Questo evangelista, infatti, testimonia ciò che ha veduto sul Calvario, cioè che un soldato, quando Gesù era già morto, gli colpì il fianco con la lancia e da quella ferita uscirono sangue ed acqua: «Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua» (cf Gv 19, 33-34). Giovanni riconobbe in quel segno, apparentemente casuale, il compimento delle profezie: dal Cuore di Gesù, Agnello immolato sulla croce, scaturisce per tutti gli uomini il perdono e la vita.

«Ma la misericordia di Gesù non è solo un sentimento, è una forza che dà vita, che risuscita l’uomo! Il Signore ci guarda sempre con misericordia; non dimentichiamolo, ci guarda sempre con misericordia, ci attende con misericordia. Non abbiamo timore di avvicinarci a Lui! Ha un cuore misericordioso! Se gli mostriamo le nostre ferite interiori, i nostri peccati, Egli sempre ci perdona. È pura misericordia! Andiamo da Gesù!» (cf Papa Francesco, Angelus 9 giugno 2013).

Andiamo da Gesù! Nel Vangelo di Luca, infatti, non è Gesù che va alla ricerca dei peccatori, ma sono costoro che si avvicinano a lui e sono intenti ad ascoltarlo perché disponibili ad accettare la parola che egli offre. La gioia più grande, ci dice Luca, è quando il pastore trova la pecora: «Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle […]. Vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione».

La festa del Sacro Cuore di Gesù, quindi, è una festa di gioia che coinvolge non solo i peccatori, ma perfino Gesù, nostro fratello e redentore.

Rivolgiamoci alla Vergine Maria: il suo cuore immacolato, cuore di madre, ci aiuti ad essere miti, umili e misericordiosi con i nostri fratelli.

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24 giugno: natività di san Giovanni Battista

Il culto e l’alto onore tributato dalla Chiesa al grande Battista col celebrarne la natività è certo un segno della grandezza di questo uomo santificato prima ancora della sua nascita. Zaccaria, suo padre, era della classe di Abia, e come sacerdote attendeva agli uffici del tempio. Elisabetta, sua consorte, era sterile e avanzata negli anni: ambedue però camminavano irreprensibili nella legge del Signore. Ora avvenne che mentre il bianco vegliardo Zaccaria, entrato nel tempio, vi offriva l’incenso, gli apparve l’Angelo del Signore. Egli si turbò alla vista del celeste messaggero, ma questi con voce dolce e soave: «Non temere, gli disse, o Zaccaria, perché le tue preghiere sono state esaudite e la tua moglie Elisabetta darà alla luce un figliuolo a cui porrai nome Giovanni. Egli sarà per te di allegrezza e di giubilo, e molti per la sua nascita si rallegreranno poichè sarà grande al cospetto dell’Altissimo… sarà ripieno dello Spirito Santo e precederà dinanzi al Signore con lo spirito e la potenza di Elia». «Ma come avverrà questo, rispose tremante Zaccaria, se io e la mia moglie siamo vecchi?». A cui l’inviato misterioso: «Io sono Gabriele chè sto al cospetto di Dio, e sono stato inviato ad annunciarti questa bella notizia, ma giacché hai esitato, rimarrai muto fino a tanto non sia compiuto quello che ti ho detto». Così dicendo, l’Angelo scomparve. Quando furono compiuti i giorni del suo ministero se ne tornò a casa. Allora si compì la parola del Signore. Un altro spettacolo ci si presenta. Gabriele lascia nuovamente il cielo; sorvola le montagne della Giudea e si porta a Nazareth ad una verginella in dolce contemplazione. L’arcangelo Gabriele, arrivato dalla Vergine Maria, la saluta dicendo: Ave piena di grazia!
A questo saluto Maria si turba ma rassicurata dall’Angelo, crede e diviene all’istante madre di Dio. Saputo poi che la cugina Elisabetta deve partorire, Maria si dirige frettolosa verso la città. L’abbraccio con la cugina, la purificazione di Giovanni, le parole ispirate di Elisabetta fanno proromper Maria in quel cantico di lode e di benedizione a Dio che è la più bella e la più sublime di tutte le poesie, il più dolce di tutti i canti: il Magnificat. Ecco i prodigi coi quali fu circondata la Natività del Battista, il Precursore di Cristo, l’ultimo e il più insigne tra i personaggi che nel corso di quaranta secoli preannunziarono il Salvatore. La sua vita mortificatissima trascorsa quasi tutta nel deserto e nella predicazione del regno messianico, fanno di San Giovanni uno dei santi più grandi. Le sue relazioni con il Salvatore sono intime. È Giovanni che lo battezza nel Giordano: ancora lui che lo mostra ai discepoli con quelle parole: «ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati dal mondo». E a chi, stupito della sua vita e della sua predicazione, domandava: «Sei tu il Messia?» rispondeva: «Io sono la voce di colui che grida nel deserto: raddrizzate le vie del Signore. Io non sono il Cristo: ma fui mandato innanzi a lui. Bisogna che Egli cresca e che io diminuisca». E Giovanni diminuì veramente. Dopo aver additato il Messia, insegnato ad ogni ceto di persone il modo di ricevere il Salvatore, è preso e decapitato in odio alla verità. Più splendido coronamento alla sua missione non poteva desiderare.

(fonte: santodelgiorno.it)

Solennità del Corpus Domini (23 giugno 2019)

Fate questo in memoria di me!

Celebriamo oggi la festa del SS. Corpo e Sangue del Signore. Questa solennità è strettamente collegata ai giorni del Giovedì santo e della Pasqua, che sono le feste eucaristiche per eccellenza.

La solennità del Corpus Domini nacque nel 1247 nella diocesi di Liegi, in Belgio, per celebrare la reale presenza di Cristo nell’eucaristia in reazione alle tesi di Berengario di Tours, secondo il quale la presenza di Cristo non era reale, ma solo simbolica.

Il papa Urbano IV, con la bolla Transiturus dell’ 11 agosto 1264, da Orvieto dove aveva stabilito la residenza della corte pontificia, estese la solennità a tutta la Chiesa. All’anno precedente si fa risalire tradizionalmente anche il Miracolo eucaristico di Bolsena. Il suo scopo era quello di celebrare la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia.

Le tre letture che la liturgia della parola ci propone, pongono la loro attenzione all’eucaristia come cibo per la nostra vita e come sacrificio di amore di Cristo che ci inserisce nella nuova ed eterna alleanza con il Padre.

Nella prima lettura si parla di Melchìsedek, personaggio misterioso, vissuto al tempo di Abramo, attorno all’anno 1800 a. C. A Melchìsedek, che era «re di Salem (Gerusalemme) e sacerdote del Dio altissimo», Abramo dopo aver ottenuta la vittoria contro alcuni re coalizzati contro di lui, gli porta in offerta per un sacrificio il pane e il vino, e ne ebbe in cambio la benedizione del Signore: «…benedisse Abram con queste parole: “Sia benedetto Abram dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra, e benedetto sia il Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici”». Il sacerdote Melchìsedek era considerato dal popolo ebraico come figura dell’atteso Messia, e quindi è stato considerato dai primi cristiani come figura del Signore Gesù. Il pane e il vino offerti da questo sacerdote, non appartenente al clan di Abramo, sono stati interpretati come simbolo profetico e anticipatore del sacrificio di Gesù. Nel salmo 109, infatti, il salmista annuncia misteriosamente la venuta del Messia che sarà re e sacerdote: «Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchìsedek».

Nella seconda lettura l’apostolo Paolo, nella lettera che scrive ai Corinzi, racconta il momento dell’istituzione eucaristica, quando Gesù, «nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”».

Il brano del Vangelo ci presenta la narrazione della moltiplicazione dei pani e dei pesci che prefigura il dono del pane di vita che Gesù farà con il suo gesto sul pane alla vigilia della sua passione.

Gli apostoli sono appena rientrati felici dalla missione in cui hanno spezzato il pane della Parola nei villaggi, hanno fatto miracoli e hanno visto conversioni. Ora si trovano con Gesù e hanno davanti una folla immensa. Per la prima volta in Luca essi prendono l’iniziativa e pensano di dare un buon consiglio al Signore, invitandolo a congedare la folla, perché si procuri da mangiare: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo». Ma Gesù, a questa proposta risponde: «Voi stessi date loro da mangiare». Quest’ordine del Maestro li spiazza. È un comando contro il buon senso, la razionalità, dato che i discepoli non avevano altro che «cinque pani e due pesci», dunque non potevano fare quanto era stato loro richiesto.

Gesù prende allora risolutamente l’iniziativa e dice ai discepoli, che ancora non avevano compreso la potenza e la misericordia del Signore: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta. […] Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla». È fondamentale riconoscere l’importanza di questi quattro verbi: prendere, benedire, spezzare e dare. Sono gli stessi utilizzati per descrivere le azioni di Gesù durante l’ultima cena, quando egli prese il pane, cibo necessario alla vita dell’uomo; pronunciò su di esso la benedizione; lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me» (cf Lc 22, 19). Ed è significativo che i due discepoli di Emmaus riconosceranno Gesù Risorto proprio quando egli compirà queste quattro azioni (cf Lc 24, 30-31).

L’evangelista conclude dicendo: «Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste». Questa annotazione di Luca testimonia la sovrabbondanza del dono di Gesù Cristo, offerto a tutti gli uomini. Le dodici ceste ricordano le dodici tribù d’Israele della vecchia Alleanza e i dodici apostoli della nuova.

I dodici, dunque, senza saperlo, fanno esperienza di quello che sarà il loro compito fondamentale, dopo la risurrezione: spezzare per i fratelli il pane della Parola e il pane dell’Eucaristia. Non devono preoccuparsi della quantità, perché il Signore provvede in abbondanza, basta che essi credano in lui e facciano quello che lui dice.

Cristo è «il pane vivo disceso dal cielo, se uno mangia di questo pane vivrà in eterno» (cf Gv 6, 51). Crediamo che nell’Eucaristia è presente realmente Gesù in Corpo, Sangue, Anima e Divinità? E se ci crediamo e siamo convinti di questo, perché durante il momento della distribuzione della Comunione molte persone non si avvicinano per ricevere il Corpo del Signore? Ciò deve farci riflettere con quali sentimenti veniamo in Chiesa e con che stato d’animo partecipiamo alla celebrazione Eucaristica!

Chiediamo al Signore affinché mediante l’Eucaristia ci trasformi in veri cristiani perché come diceva san Tommaso d’Aquino: «L’Eucaristia è la più grande di tutte le meraviglie operate da Cristo, è il documento del suo amore immenso per gli uomini».

Solennità della Santissima Trinità (16 giugno 2019)

Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo, a Dio, che è, che era e che viene!

Terminato il periodo pasquale, la liturgia ci invita a soffermarci in contemplazione e in preghiera di fronte al mistero della Trinità. Parlare di Dio è difficile perché non lo abbiamo mai incontrato! Una persona si conosce solo incontrandola e per noi su questa terra non sarà mai possibile conoscere Dio faccia a faccia. La nostra condizione sulla terra assomiglia a quella del bambino nel seno della madre: il bambino sente la mamma, ma non la conosce perché ancora non è venuto al mondo. Così accade a noi: finché viviamo in questo mondo non vedremo mai Dio; lo vedremo faccia a faccia solo quando entreremo nella vita eterna. L’apostolo Giovanni, nella sua prima lettera scrive: «…che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (cf 1Gv 3, 2). Sant’Agostino, nella Lettera 92, scrive: «Vedremo quindi Dio nella misura in cui saremo simili a Lui, allo stesso modo che anche adesso lo vediamo tanto meno quanto più siamo dissimili da Lui. Ma chi sarà così stolto da dire che siamo e saremo simili a Dio per il corpo? La somiglianza con Lui risiede quindi nell’uomo interiore, il quale si rinnova ad immagine e somiglianza del suo creatore mediante la sua conoscenza di Dio (cf Col 3, 10). E tanto più simili a Lui diventiamo, quanto più progrediamo nella conoscenza e nell’amore di Lui, poiché anche se il nostro uomo esterno [cioè il corpo] si va disfacendo, quello interno [l’anima] si rinnova di giorno in giorno (cf 2Cor 4, 16). Qualunque sarà il nostro progresso in questa vita, esso è sempre assai lontano dalla perfezione della somiglianza necessaria per vedere Dio a faccia a faccia (cf 1Cor 3, 12), come dice l’Apostolo. Se in queste parole volessimo intendere la faccia del corpo, ne verrebbe la conseguenza che anche Dio avrebbe una faccia come l’abbiamo noi. In realtà noi sappiamo che Dio non ha corpo perché è purissimo spirito». Dunque, anche quando andremo nella Gerusalemme celeste, noi lo vedremo ma resterà sempre un mistero!

A tal proposito mi piace ricordare il racconto dell’incontro che avvenne tra Agostino e un bambino: «Un giorno Sant’Agostino passeggiava lungo la spiaggia meditando sul grande mistero della Trinità. Vede un bambino che, scavata un buca nella sabbia, vi versava l’acqua che attingeva con una conchiglia dal mare. – Che fai, bambino mio? Voglio mettere il mare in questa buca…- E’ impossibile… mettere il mare così vasto in una buca così piccola…- E allora… come puoi tu richiudere nella tua piccola testa… Dio così infinito?… E l’angelo sparì».

Non è possibile alla nostra corta e limitata intelligenza penetrare e scrutare il mistero. Ecco perché il santo vescovo afferma con forza che questo Dio che “E’ colui che è”, è essenzialmente Trinità. Dio in senso assoluto è sia il Padre, sia il Figlio sia lo Spirito Santo, essi sono inseparabili nell’Essere e operano inseparabilmente, non essendoci differenza né funzionale né gerarchica, essi sono perfettamente uguali. Tuttavia queste tre persone sono distinte da Agostino, non dal punto di vista della sostanza ma da quello relazionale: per cui il Padre ha il Figlio ma non è il Figlio, il Figlio a sua volta ha il Padre ma non è il Padre, entrambi hanno lo Spirito Santo ma non sono lo Spirito Santo e viceversa. Ciò significa che ciascuna delle tre persone è distinta dalle altre ma non ontologicamente diversa. Più che indagare, si accresca in noi la gioia di accogliere la Parola di Gesù che ci rivela il Dio, Uno e Trino, parlandoci ripetutamente della vita trinitaria che è amore: Il Padre manda nel mondo il suo Figlio Gesù per amore verso le sue creature, il Figlio offre se stesso in sacrificio di espiazione per amore dell’uomo peccatore, lo Spirito Santo, spirito di amore, diffonde nel cuore dell’uomo la tenerezza di figli adottivi del Padre.

Nella prima lettura l’autore scrive che la creazione è affidata all’uomo, ma è uscita dalle mani e dal cuore di Dio. L’autore sacro immagina la sapienza – realtà misteriosa – come una giovane fanciulla che accompagna in ogni momento l’opera creatrice di Dio. Il Nuovo Testamento vedrà in questa personificazione della Sapienza – che era già generata prima che la terra fosse – un simbolo e un’anticipazione del Figlio di Dio, che si incarna e viene nel mondo. Ebbene, la creazione manifesta la gloria di Dio e l’uomo, contemplandola, si scopre piccolo, ma grande agli occhi del Signore, che lo ha reso, come recita il salmo responsoriale, signore e custode della sua opera meravigliosa. Però, dopo la rottura compiuta dall’uomo con il peccato Dio, scrive san Paolo nella lettera ai Romani, ha mandato a noi il suo Figlio e ha donato il suo Santo Spirito per salvarci. Possiamo vantarci di fronte a Dio, dunque, non delle nostre opere, ma dei suoi doni che ci salvano.

Ed infine nel vangelo, che è un breve frammento del lungo discorso che Gesù tenne ai suoi apostoli la sera del Giovedì santo, nel cenacolo, l’evangelista scrive che il Signore, che già tante volte aveva parlato loro del Padre, cercando di svelare il suo volto – ma era un discorso troppo difficile per gli apostoli -, anche adesso non glielo nasconde: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso». Ciò significa che gli apostoli non sono in grado di portare il peso della croce di Gesù, cosa che si vedrà chiaramente durante la Passione. Per questo, compito dello Spirito sarà quello di aiutare i discepoli a comprendere e ad accogliere interamente l’insegnamento e l’opera di Gesù. Solo dopo la Pentecoste, con la venuta dello Spirito, gli apostoli comprenderanno il significato di queste parole, infatti, il Signore nell’ultima cena glielo preannuncia: «Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

Noi viviamo nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo. Non sempre ci pensiamo, ma la nostra vita è immersa nel mistero della Trinità. Al fonte battesimale il ministro sacro, versando l’acqua sul nostro capo ha detto: «Io ti battezzo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo»; quando ci vengono rimessi i peccati il sacerdote dice: «Io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». Anche quando gli sposi sono congiunti in matrimonio e i sacerdoti sono consacrati a Dio, si pronunciano le Tre Persone divine. Perfino sul letto di morte, il sacerdote pronunciando le parole della liturgia dice: «Parti anima cristiana da questo mondo: nel nome del Padre che ti ha creata, del Figlio che ti ha redenta, dello Spirito Santo che ti ha santificata». Inoltre, ogni volta che facciamo il segno di croce e recitiamo il gloria al Padre, noi menzioniamo il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

Dunque Dio è sempre presente in noi però, il più delle volte, come i due discepoli di Emmaus, non lo riconosciamo perché siamo distratti. Chiediamo al Signore che apra i nostri occhi e ci aiuti a intravedere il volto di Dio riflesso in noi stessi e nei nostri fratelli.

13 giugno: memoria di s. Antonio da Padova

Antonio di Padova è stato un religioso e presbitero portoghese appartenente all’Ordine francescano.

Fernando di Buglione nasce a Lisbona il 15 agosto 1195. A 15 anni è novizio nel monastero di San Vincenzo, tra i Canonici Regolari di Sant’Agostino. Nel 1219, a 24 anni, viene ordinato prete. Nel 1220 giungono a Coimbra i corpi di cinque frati francescani decapitati in Marocco, dove si erano recati a predicare per ordine di Francesco d’Assisi.

Ottenuto il permesso dal provinciale francescano di Spagna e dal priore agostiniano, Fernando entra nel romitorio dei Minori mutando il nome in Antonio, per diffondere la fede tra i popoli dell’Africa.

Invitato al Capitolo generale di Assisi, arriva con altri francescani a Santa Maria degli Angeli dove ha modo di ascoltare Francesco, ma non di conoscerlo personalmente. Per circa un anno e mezzo vive nell’eremo di Montepaolo.

Abile oratore, su mandato dello stesso Francesco, inizierà poi a predicare in Romagna, nell’Italia settentrionale e in Francia. Nel 1227 diventa provinciale dell’Italia settentrionale proseguendo nell’opera di predicazione.

Il 13 giugno 1231 si trova a Camposampiero e, sentondosi male, chiede di rientrare nella sua amata Padova, dove vuole morire: spirerà nel convento dell’Arcella all’età di 36 anni.

Rapidamente canonizzato (in meno di un anno) da papa Gregorio IX nel 1232
e dichiarato dottore della Chiesa nel 1946 da Pio XII, il suo culto è fra i più diffusi del cattolicesimo.

Le sue spoglie mortali riposano a Padova, nella splendida Basilica a lui dedicata.

Solennità di Pentecoste (9 giugno 2019)

Lo Spirito Santo vi insegnerà ogni cosa

La solennità di Pentecoste conclude il periodo pasquale. Il Signore risorto, asceso al cielo e partecipe della signoria di Dio, compie la promessa fatta ai suoi discepoli di inviare loro lo Spirito Santo. La festa di Pentecoste per gli Ebrei celebrava la consegna della Legge a Mosè sul monte Sinai e Luca, nel racconto degli Atti degli Apostoli, fa riferimento ai segni narrati nell’Esodo per indicare che il fuoco e il rombo del vento – «venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso» – ora annunciano la consegna della nuova legge, quella dello Spirito, che è scritta non più su tavole di pietra, ma nel cuore dei credenti. Così anche il miracolo delle lingue – «apparvero loro lingue come di fuoco» – ricorda la confusione delle lingue avvenuta a Babele, come racconta il libro della Genesi, che interruppe il progetto orgoglioso della torre «la cui cima tocchi il cielo» (cf Gen 11, 4) e produsse la dispersione dei popoli sulla terra. I diversi popoli, che ascoltano ora nella propria lingua l’annuncio della risurrezione di Cristo, per l’azione dello Spirito, sono unificati nella fede: «E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa […] delle grandi opere di Dio?» (I Lettura).

Anche noi, come i costruttori della torre di Babele, abbiamo dimenticato Dio! La radice dei mali della società, infatti, è l’aver dimenticato Dio! A noi cristiani spesso manca fervore, serenità, gioia di credere. Perché? Perché non ci lasciamo guidare dallo Spirito Santo; perché non abbiamo creduto completamente alle parole di Gesù.

Nel brano del vangelo abbiamo ascoltato che Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paráclito perché rimanga con voi per sempre». Ciò significa che il cristiano è tale solo nella misura in cui ama il Signore Gesù Cristo «con tutto il cuore, la mente e le forze» (cf Dt 6, 5; Lc 10, 27), lo ama più delle persone a lui care (cf Mt 10, 37), lo ama più della sua stessa vita (cf Mt 10, 39). È proprio vivendo in questo amore che il cristiano può fare esperienza dello Spirito Santo, Spirito Consolatore, Paráclito «chiamato accanto», che attualizza la presenza di Gesù e lo soccorre nella fatica quotidiana della perseveranza.

Dopo aver nuovamente insistito sull’amore per lui e per la sua parola, il Signore conclude dicendo: «Ma il Paráclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto». Queste parole vogliono dirci che lo Spirito Santo ha il compito di continuare a far comprendere gli insegnamenti di Gesù, di ricordarli al momento opportuno, di difendere i credenti nei momenti di difficoltà e di persecuzione.

Gli apostoli, uomini incolti e timorosi di tutto (si rinchiusero nel Cenacolo) parlarono apertamente di Cristo Risorto, del peccato, del bisogno di conversione per tutti, del rischio che corre l’uomo quando rifiuta la salvezza di Dio. I cristiani di oggi, purtroppo, a differenza degli apostoli, continuano a vivere nella paura e non hanno il coraggio di esporsi. Raramente oggi un cristiano ha il coraggio di contestare l’immoralità, il disimpegno, la leggerezza dei costumi, la frivolezza generale della vita, di testimoniare con la propria vita il messaggio evangelico! Il cristiano di oggi, anziché lasciarsi guidare dallo Spirito ed osservare e mettere in pratica ciò che Gesù ha detto, si rassegna e spesso si adatta al male della società. Se ci manca il coraggio nelle fede siamo poveri di Spirito Santo e quindi siamo poveri di fede in Cristo!

L’apostolo Paolo, nella lettera ai Romani, ci ricorda che noi apparteniamo a Cristo nella misura in cui ci lasciamo guidare dallo Spirito e chiunque è guidato dallo Spirito di Dio, costui è figlio di Dio: «Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio». Paolo continua dicendo che per mezzo dello Spirito che è dentro di noi, possiamo gridare: «Abbà! Padre!»; Egli ci aiuta a non ricadere nel timore, nel servilismo; Egli ci libera dalla schiavitù del peccato e dalla debolezza della condizione umana e ci rende forti per vivere da cristiani.

Chiediamo che lo Spirito Santo, in questa Pentecoste, riempia i nostri cuori e accenda in essi il fuoco del suo amore per essere testimoni fedeli e coraggiosi del Signore Risorto.