L’uomo e il serpente

Un uomo nota un serpente che sta morendo bruciato e decide di toglierlo dal fuoco.

Appena lo fa il serpente lo morde.

Per la reazione del dolore, l’uomo lo libera e l’animale cade di nuovo nel fuoco.

L’ uomo cerca di tirarlo fuori di nuovo e di nuovo il serpente lo morde.

Qualcuno che stava osservando si avvicinò all’uomo e disse:

– Mi scusi, ma lei è testardo! Non capisce che tutte le volte che prova a tirarlo fuori dal fuoco va a finire così?

L’ uomo rispose:

– La natura del serpente è mordere, e questo non cambierà la mia, che è aiutare.

Quindi, con l’aiuto di un pezzo di ferro, l’uomo tira fuori il serpente dal fuoco salvandogli la vita.

Morale: Non cambiare la tua natura se qualcuno ti fa del male.
Non perdere la tua essenza, prendi solo precauzioni. Alcuni perseguono la felicità, altri la creano. Preoccupati più della tua coscienza che della tua reputazione. Perché la tua coscienza è ciò che sei, e la tua reputazione è ciò che pensano gli altri di te. E quello che pensano gli altri, non è un problema tuo.
È un problema loro.

LA COMUNIONE SPIRITUALE

Privilegio esclusivo della Comunione spirituale è quello di poter essere fatta quante volte si vuole, quando si vuole, dove si vuole.

È conveniente fare la Comunione spirituale specialmente quando si assiste alla S. Messa e non si può fare la Comunione sacramentale.

All’ atto in cui il Sacerdote si comunica, anche l’anima si comunichi chiamando Gesù nel suo cuore.

In questo modo ogni Messa ascoltata è completa: offerta, immolazione, comunione.

TESTO DELLA COMUNIONE SPIRITUALE

Gesù mio, io credo che sei realmente presente nel Santissimo Sacramento.

Ti amo sopra ogni cosa e ti desidero nell’ anima mia. Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore.

Come già venuto, io ti abbraccio e tutto mi unisco a te; non permettere che mi abbia mai a separare da te.

Eterno Padre, io ti offro il Sangue Preziosissimo di Gesù Cristo in sconto dei miei peccati, in suffragio delle anime del purgatorio e per i bisogni della Santa Chiesa.

Commento al Vangelo della XV Domenica del Tempo Ordinario Anno A (12 luglio 2020)

La Parola è cibo che nutre e dà salvezza

Oggi e nelle prossime due domeniche ascolteremo alcune parabole, raccolte nel capitolo 13 del vangelo secondo Matteo, con cui Gesù annuncia «i misteri del regno dei cieli». L’uso della parabola o similitudine era assai diffuso ai tempi di Gesù. Molti rabbini comunicavano il loro insegnamento in questo modo, facile e affascinante al tempo stesso. Gesù ama spesso fare ricorso a immagini tratte dalla natura palestinese e da semplici attività lavorative. 

Ebbene, la parabola proposta alla nostra attenzione è quella che narra del seme caduto sui diversi tipi di terreno; essa è la più importante e da essa dipendono le successive. L’evangelista scrive che Gesù, rivolgendosi alla folla, disse: «il seminatore uscì a seminare». Questa affermazione significa che il Divin Maestro sta parlando del suo seminare «la parola del Regno» in quanti lo ascoltano sulla riva e, dunque, sta descrivendo la loro accoglienza o il loro rifiuto di tale parola. Per questo rivolge all’intelligenza dei loro cuori l’esortazione: «Chi ha orecchi ascolti». Secondo le usanze agricole palestinesi la semina avveniva prima che il terreno fertile venisse arato: il contadino spargeva il seme con abbondanza per ogni dove, in un modo che certamente ci stupisce. Così – dice Gesù – «Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno».

Poi, annota l’evangelista, a Gesù gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». La risposta di Gesù, a prima vista, è molto oscura. Egli dice: «a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha». Queste parole sembrano severe e invece sono parole che esprimono rammarico più che condanna! Gesù, infatti, mette a confronto due categorie di persone: da una parte i discepoli che hanno accolto il Cristo, perché il loro cuore era umile e semplice come la terra fertile dei campi; dall’altra parte c’erano coloro che pur avendo visto le stesse cose e avendo ascoltato le stesse parole, avevano rifiutato Cristo, perché il loro cuore era pregiudizialmente chiuso nell’arroganza e nell’orgoglio autosufficiente. Il Signore, allora, esclama, «A colui che ha, verrà dato…», cioè: a coloro che hanno umiltà e apertura nei confronti di Dio, Dio darà fino all’inverosimile; ma per coloro che non hanno umiltà e, pertanto, si chiudono al dono di Dio, tutto perderà di valore. In altre parole: per coloro che sono pregiudizialmente chiusi a Dio, ogni segno di bontà e ogni dono di luce diventa motivo di maggiore ostinazione. Come fanno riflettere queste parole di Gesù! Esse sono un accorato appello ad abbattere il muro dell’orgoglio, affinché Dio possa farci dono dell’abbraccio preparato per noi fin dall’eternità.

Gesù poi, continua l’evangelista, spiega ai suoi discepoli, in disparte, il significato di ciò che ha appena narrato, istruendoli su come ascoltare la parola di Dio da lui annunciata.

I quattro terreni di cui parla Gesù sono tutti rappresentati, di volta in volta, nel nostro cuore; essi sono quattro possibili risposte alla Parola! Occorre in primo luogo interiorizzare la Parola, «ruminarla» con attenzione, altrimenti il Maligno subito la rapisce dal nostro cuore: un ascolto superficiale non è un vero ascolto, è infruttuoso come il seme seminato lungo la strada. Occorre inoltre perseverare nell’ascolto: è facile accogliere la Parola con gioia per breve tempo, lasciare che essa porti frutto per un attimo, come il seme tra i sassi; ma così si è persone «di un momento», prive di radici, incapaci di fare fronte alla prova del tempo e alle tribolazioni che un ascolto autentico comporta. Occorre anche lottare contro i seducenti idoli mondani, in particolare quello dell’accumulo delle ricchezze, altrimenti la Parola viene soffocata come il seme dalle spine e non giunge a portare il frutto di una fede matura. Infine – dice Gesù – che il seme «seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno». Questo è l’ascolto della Parola fatto «con cuore integro e buono» (cf Lc 8,15), che si oppone a quella che per la Scrittura è la malattia più pericolosa: la durezza di cuore (cf Dt 10,16).

Tutti possediamo la Bibbia. Ma a che serve avere questo libro se poi lo mettiamo in uno scaffale accanto ad altri libri? Impariamo a leggere e a rileggere la Parola di Dio; impariamo a meditare la Sacra Scrittura. Soltanto così la Parola diventa cibo che nutre. Di fronte a essa non si può restare neutrali e indifferenti: o la si accoglie e ci si converte oppure, se essa viene respinta, indurisce il cuore di chi la rifiuta, come Gesù dice ai suoi discepoli citando il profeta Isaia (cf Is 6,9-10).

Chiediamo la luce dello Spirito per comprendere e vivere la Parola affinché possiamo essere seminatori della Parola di salvezza.

PREGHIERA A SANTA MARIA GORETTI

O bambina di Dio,
piccola Maria Goretti,
che sacrificasti la vita
per conservare illibata
la tua verginità e che, morente, perdonasti al tuo uccisore
promettendo di pregare
per lui dal Cielo,
aiutaci a vincere le tentazioni e ottienici la grazia della purezza dei costumi e quella di un grande amore verso i nostri fratelli.

Tu, o soave ed amabile santa,
martire sulla terra
ed Angelo in cielo,
che hai versato il tuo sangue
per non tradire l’Agnello di Dio,
colui che toglie
i peccati del mondo,
intercedi e prega per noi,
affinchè diciamo sì
al disegno di Dio su di noi.

A te, sposa di Cristo,
candido giglio di Dio,
affidiamo la gioventù tutta,
affinchè sia protetta da ogni contaminazione e ti chiediamo
di assistere, nella loro missione educativa, i padri e le madri che a te ricorrono.

O gloriosa Marietta,
tu che hai amato Gesù
sopra ogni cosa,
aiutaci ad amarlo
con tutto il nostro cuore,
con tutta la nostra anima,
con tutte le nostre forze.

Ottieni per noi dal Signore Gesù,
tuo Sposo divino,
tutte le grazie necessarie
per il nostro bene spirituale e materiale,
per la nostra vita terrena
e per quella eterna.

Aiutaci, santa Maria Goretti,
ad essere vittoriosi
nelle prove della vita,
affinché fedeli ai doveri cristiani sulla terra, possiamo meritare l’eterno premio nel Cielo. Amen.

CONSACRAZIONE DELLA FAMIGLIA AI SACRI CUORI DI GESÙ E DI MARIA

Cuori Santissimi di Gesù e di Maria, così conformi e uniti da formare un Cuore solo, vero modello del cuore che deve unire in un solo sentimento di amore la Famiglia cristiana, eccoci a Voi dinanzi per consacrarvi solennemente i nostri cuori, i quali vogliono essere come gli antichi fedeli: “un cuor solo e un’anima sola”.

Voi avete manifestato il desiderio di regnare sulle nostre famiglie ed avete mostrato nella Casa di Nazaret quale debba essere il regno ideale della pace e felicità domestica.

Vogliamo quindi, a vostra imitazione e col vostro aiuto, fare della nostra casa il regno dell’ordine in cui ciascuno tenga il posto che gli spetta, di comando o di soggezione.

Vogliamo farne il regno delle gioie, dove la sincerità dell’affetto, il reciproco compatimento ed il vicendevole aiuto vincano ogni difficoltà di carattere e di circostanze.

Vogliamo che la nostra famiglia sia il regno delle pietà, dove trionfi la fede dei nostri Padri; dove si oda ancora la preghiera in comune, specialmente il Santo Rosario quotidiano; dove da tutti si osservino le leggi di Dio e della Chiesa; dove si viva la vita soprannaturale dei Santi Sacramenti.

Vogliamo fra noi il regno della Carità, per consolare gli afflitti, per soccorrere i bisognosi, per riparare le colpe da noi commesse e le offese a Voi recate da tante famiglie dimentiche dei loro doveri cristiani!

Vi offriremo sacrifici e preghiere per la conversione dei peccatori, e perché la vostra sovranità di amore si estenda alle famiglie tutte, alle nazioni e a tutta la società umana.

Degnatevi benedire i nostri proponimenti e voti, le nostre gioie e i nostri dolori, i nostri interessi spirituali e temporali.

Benedite i presenti e gli assenti, i vivi e i defunti, mantenete inalterata fra noi la pace familiare e dateci nel momento della prova la rassegnazione cristiana al Volere di Dio.

Cuori Santissimi di Gesù e di Maria, noi sappiamo che avete su di noi disegni di misericordia e che Vi commuovete alle nostre suppliche.

Scrivete dunque il nome di questa famiglia nei Vostri Cuori, quale pegno di speciale protezione in tutte le difficoltà della nostra vita ed in particolare nel momento della nostra morte.

Noi invochiamo San Giuseppe, il modello dei padri di famiglia, perché presenti a Voi la nostra consacrazione e ci ottenga dalla Vostra bontà la grazia di poterci un giorno riunire tutti, nessuno escluso, a formare una famiglia di Santi nel Cielo. Amen.

Credo, Salve Regina.

Preghiera a Maria Santissima delle Grazie

O Celeste Tesoriera
di tutte le grazie,
Madre di Dio e
Madre mia Maria Santissima,
Tu che sei la Madre
dell’Eterno Verbo Incarnato,
Tu che da Lui
hai ricevuto un cuore
che si muove a pietà delle umane sventure e non può resistere senza consolare chi soffre,
concedimi, ti supplico, la grazia
che io aspetto con piena fiducia.

O Amorosissima Dispensatrice
delle grazie divine,
Immacolata Sposa
dell’Eterno Spirito Santo,
Rifugio dei poveri peccatori, Consolatrice degli afflitti,
Speranza di chi dispera e
Aiuto potentissimo dei cristiani,
io ripongo in Te
ogni mia fiducia e
sono sicuro che mi otterrai,
dal Figlio tuo Gesù,
la grazia che tanto desidero,
qualora sia per il bene dell’anima mia. Amen.

Salve, Regina…

(Don Lucio)

Un figlio che fa la morale al padre

Un padre ricco, volendo che suo figlio sapesse che cosa significa essere povero, gli fece passare una giornata con una famiglia di contadini. Il bambino passò 3 giorni e 3 notti nei campi. Di ritorno in città, ancora in macchina, il padre gli chiese: ” Che mi dici della tua esperienza?” “Bene”, rispose il figlio. “Hai appreso qualcosa?” Insistette il padre. Il figlio disse: “che abbiamo un cane e loro ne hanno quattro. Che abbiamo una piscina con acqua trattata, che arriva in fondo al giardino. Loro hanno un fiume, con acqua cristallina, pesci e altre belle cose. Che abbiamo la luce elettrica nel nostro giardino ma loro hanno le stelle e la luna per illuminarli. Che il nostro giardino arriva fino al muro. Il loro, fino all’orizzonte. Che noi compriamo il nostro cibo; loro lo coltivano, lo raccolgono e lo cucinano. Che noi ascoltiamo CD; loro ascoltano una sinfonia continua di pappagalli, grilli e altri animali; tutto ciò qualche volta accompagnato dal canto di un vicino che lavora la terra. Che noi utilizziamo il microonde. Ciò che cucinano loro, ha il sapore del fuoco lento. Che noi per proteggerci viviamo circondati da recinti con allarme. Loro vivono con le porte aperte, protetti dall’amicizia dei loro vicini. Che noi viviamo collegati al cellulare, al computer, alla televisione. Loro sono collegati alla vita, al cielo, al sole, all’acqua, ai campi, agli animali, alle loro ombre e alle loro famiglie”. Il padre rimane molto impressionato dai sentimenti del figlio. Alla fine il figlio conclude: “Grazie per avermi insegnato quanto siamo poveri!”

Morale: Ogni giorno diventiamo sempre più poveri perché non osserviamo più la natura, che è l’opera grandiosa di Dio!

Commento al Vangelo della XIV Domenica del Tempo Ordinario Anno A (5 luglio 2020)

Impariamo, da Gesù, ad essere miti e umili

Il brano del Vangelo di questa domenica si articola in tre strofe simili a un inno di lode e di ringraziamento innalzato al Padre.

La prima è una benedizione e un ringraziamento a Dio perché ha tenuto nascosti i misteri del Regno a coloro che si presumono sapienti e intelligenti, che pensano di conoscere i progetti dell’Altissimo: «In quel tempo Gesù disse: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza». Ci sono persone, anche tra i cristiani, che presumono di sapere tutto su Dio, sui suoi misteri, sui suoi progetti. Essi dimenticano due beatitudini, quella dei poveri in spirito e quella dei puri di cuore. Dio ha scelto diversamente: egli privilegia i piccoli, nel senso più ampio del termine, le persone limpide, trasparenti, che non hanno né orgoglio né presunzione alcuna.

Nella seconda strofa Gesù parla dei rapporti profondi che lo legano al Padre: «nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo». In altre occasioni il Maestro divino afferma di essere nel Padre e di essere una sola cosa con lui (cf Gv 10, 30.38). Ebbene sì: solo il Signore può rivelarci il Padre. Nell’ultima cena Gesù risponde a Filippo con queste parole: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (cf Gv 14, 9).

La terza strofa di questo inno di lode contiene un appello a tutti i deboli e poveri perché si mettano alla sequela di Gesù, vera sapienza. Questa strofa è chiamata «detto giovanneo» perché ha tutto lo stile del Vangelo secondo Giovanni. Essa è un invito che Gesù ci rivolge e che comporta un discepolato generoso: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. […] Imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita». Quante persone sono affaticate e gravate da pesi di ingiustizia, di violenza, di emarginazione! Anche noi sentiamo spesso la fatica di vivere secondo il vangelo, avvertiamo la delusione per tanti ideali non realizzati e per tanti impegni non compresi, forse non fruttuosi. Gesù ci ripete: «Venite a me». Egli è nostro rifugio e nostro conforto, non in senso pietistico o intimistico, ma perché ci dà la consolazione dello Spirito e il desiderio di imparare da lui la mitezza e l’umiltà del cuore.

Gesù, però, ci ripete anche: «Imparate da me». Che cosa dobbiamo imparare? Dobbiamo imparare a non fare cose strepitose ma l’umiltà e la mitezza di cuore che hanno caratterizzato la sua missione. L’umiltà, infatti, non consiste principalmente nell’essere piccoli, perché uno può essere piccolo e arrogante nello stesso tempo; non consiste neppure nel sentirsi piccoli e senza valore, perché questo può nascere da un complesso di inferiorità; non consiste neanche nel dichiararsi piccoli, perché molti dichiarano di non valere niente, senza però credere veramente a quanto dicono. L’umiltà consiste essenzialmente nel farsi piccoli: e questa è l’umiltà di Dio! Dio, l’Altissimo, l’Onnipotente, si è umiliato facendosi uomo e diventando come noi in tutto fuorché nel peccato.

Ebbene, Dio è umile perché come scrive l’apostolo ed evangelista Giovanni: «Dio è amore» (cf 1Gv 4, 8). Ma cos’è l’Amore? L’Amore, nella sua verità divina e non nella caricatura coniata dagli uomini, è dono gratuito di sé: Dio pertanto, proprio perché è Amore, è un mistero di Dono infinito. Per questo Giovanni può scrivere: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (cf Gv 3, 16). E san Paolo può aggiungere che Cristo «Figlio di Dio, mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (cf Gal 2, 20).

Proviamo a riflettere su queste indiscutibili affermazioni della Rivelazione: Dio è Amore, ma l’Amore è Dono: Dio, allora, è dono infinito di sé; ma se Dio è Dono infinito di sé, Dio non conosce nessuna forma di egoismo: Dio soltanto dona; e, nei confronti degli uomini, Dio può donare soltanto facendosi piccolo e scendendo nella nostra povera storia per riempirla del mistero del suo Amore.

Se questo è il mistero intimo di Dio, noi potremo incontrare Dio soltanto avvicinandoci alla sua umiltà: noi dobbiamo scendere e, nel discendere, troveremo la sorpresa di incontrare Dio, perché Dio è umiltà.

Charles de Foucauld arrivò ad esclamare: «Mio Dio, un tempo credevo che per arrivare a Te fosse necessario salire: ora ho capito che bisogna scendere: scendere nell’umiltà!».

Ebbene, in una società dove sembra prevalere l’arroganza e il diritto del più forte noi, discepoli di Gesù, dobbiamo testimoniare l’umiltà, la mitezza. È una strada difficile, ma lo Spirito del Signore, di cui parla Paolo nel brano della Lettera ai Romani, ci illuminerà e ci guiderà.

Che Gesù, mite e umile di cuore, ci aiuti ad essere miti affinché possiamo già ora vivere la beatitudine da lui promessa: «Beati i miti, perché avranno in eredità la terra» (cf Mt 5, 5).

Preghiera ai santi Apostoli Pietro e Paolo

San Pietro Apostolo, eletto da Gesù ad essere la roccia su cui è costruita la Chiesa, benedici e proteggi il sommo Pontefice, i Vescovi e tutti i cristiani sparsi nel mondo. Concedi a noi una fede viva e un amore grande alla Chiesa.

San Paolo Apostolo, propagatore del Vangelo fra tutte le genti, benedici e aiuta i missionari nella fatica dell’evangelizzazione e concedi a noi di essere sempre testimoni del Vangelo e di adoperarci per l’avvento del regno di Cristo nel mondo. Amen.

Eucaristia: presenza viva e reale

“Con quanta tristezza dobbiamo constatare che tanti, troppi Tabernacoli eucaristici oggi restano isolati e abbandonati quasi tutto il giorno e ancora più durante la notte!

Chiese chiuse, chiese vuote, chiese senza nessuna presenza orante, chiese maltenute, chiese in solitudine e abbandono, a volte prive persino di quel minimo segno di presenza viva che è la lampada eucaristica…

Eppure Gesù è sempre presente nel Tabernacolo eucaristico e il suo divin Volto Redentore non cessa un solo istante di irradiare la sua grazia e il suo amore, la sua bontà e la sua infinita misericordia, senza stancarsi di attendere chi voglia essere irradiato dalla sua Luce e dal suo Amore divino”.

Cosa nasconde ai nostri poveri occhi mortali il mistero dell’Eucaristia? Dietro le specie eucaristiche “traspare” una Presenza viva e reale: quella di Gesù nostro Divino Redentore, che ci guarda ed irradia su di noi lo splendore del suo Volto Santo, che è anzitutto un Volto Redentore, il Volto di Colui che sull’altare si offre nuovamente per la nostra salvezza.