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Commento al Vangelo della IV Domenica del Tempo Ordinario Anno A (29 gennaio 2023)

Le Beatitudini: vie di felicità e di salvezza!

La chiesa ci chiama oggi a meditare sulle beatitudini pronunciate da Gesù in apertura del suo «discorso della montagna».

In queste parole c’è davvero la proposta di un modo nuovo di pensare, di essere, di vivere. Per noi credenti questo discorso indica la direzione della nostra continua conversione; per i non credenti, invece, è un enigma e nello stesso tempo una sfida.

Quando leggiamo queste acclamazioni non possiamo restare indifferenti: o le rigettiamo come utopiche, impossibili da realizzare, oppure dobbiamo accoglierle quale pungolo che mettono in discussione la nostra fede, la nostra sequela del Signore Gesù e la nostra gioia e felicità nel vivere il Vangelo.

Essere «beati» è una assicurazione a colui che cerca gioia e felicità. Se la fede non dà contentezza, evidentemente non c’è, oppure è debole, fluttuante, incerta. Se portiamo tristezza e diffondiamo tristezza, è da rivedere tutta la nostra vita cristiana perché fede e gioia si cercano e si muovono insieme.

Questo l’aveva capito bene santa madre Teresa di Calcutta. Ciò che più colpisce nella sua vita è la continua serenità del suo volto. Un giorno disse alle sue suore: «La nostra gioia è il mezzo migliore per predicare il cristianesimo».

Ebbene, le beatitudini indicano a noi cristiani di dare un senso alla vita: Gesù proclama beati quanti vivono alcuni comportamenti in grado di facilitare il cammino verso la piena comunione con Dio, comportamenti che vanno assunti nel cuore e messi in pratica tanto nel contenuto quanto nello stile. E lo fa con l’autorevolezza di chi vive ciò che chiede agli altri, di chi è affidabile perché fa ciò che dice!

La prima beatitudine pronunciata da Gesù è: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli». In questa proclamazione sono racchiuse le altre beatitudini. I poveri sono i primi destinatari della buona novella, sono i privilegiati del Regno. Essere poveri nello spirito non è semplicemente una condizione economica, ma un atteggiamento dell’animo: il Vangelo, infatti, parla di poveri nel cuore, poveri nelle intenzioni, poveri nello spirito.

Ma chi sono i poveri nello spirito?

Sono coloro che non puntano sul denaro, sul potere, sul successo. Povero è chi ha rotto con l’idolatria del denaro e del potere. Povero è chi sente dentro di sé una profonda inquietudine che lo spinge al di là delle cose di quaggiù e lo porta a salire, a cercare, fino a trovare Dio. Povero è colui che si appoggia sulla Roccia, che è Dio!

Chi non è «povero» secondo il Vangelo non può fare posto agli altri nella sua vita, non si accorge spesso neppure della loro presenza, rimane chiuso in se stesso, nel suo egoismo, nel suo orgoglio, nella sua avidità. Chi non è «povero» secondo il Vangelo non può rischiare la propria vita per costruire la pace, non può essere affamato e assetato di giustizia, non conosce la misericordia nel senso pieno di questa parola. Il «povero» del Vangelo è capace di tutto perché ha scoperto il valore del dono che gli è fatto.

Ed infine, nell’ultima beatitudine, Gesù dice: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Ciò significa che chi vive il vangelo delle beatitudini, si aspetti scherno e persecuzione: perché coloro che vivono nelle tenebre odiano la luce. Ma anche la persecuzione rientra nella povertà del credente: la Chiesa più rinuncia alle sicurezze umane e più è grande e luminosa. Per questo i cristiani della prima ora, così come quelli del nostro tempo, non hanno temuto e non temono le prove e le persecuzioni! Dio, infatti, fa cose grandi con i piccoli, con gli umili, con coloro che non hanno pretese da imporGli, Per fare qualche esempio, pensiamo ad Abramo: un oscuro nomade che diventa padre di una moltitudine di credenti; Mosè, un balbuziente cacciato dal faraone, diventa il liberatore d’Israele; Davide, l’ultimo figlio di Jesse, umile pastore, diventa re d’Israele ed erede della promessa messianica; Maria, una ragazza sconosciuta, diventa la benedetta fra tutte le donne.

Ma la grandezza di Dio ha continuato ad operare prodigi nei secoli fino a raggiungere i nostri giorni: basti pensare al santo curato d’Ars, a san Leopoldo Mandic, a san Pio da Pietrelcina etc… erano niente per il mondo, osteggiati dal mondo, eppure il mondo è stato costretto a riconoscere in loro una grandezza che viene dall’Alto.

Il Vangelo di questa domenica, dunque, ci invita a convertirci, a cambiare strada, mentalità. Ed inoltre ci fa riflettere che non vinceremo con l’intelligenza, con le capacità e con i mezzi umani: vinceremo il male se saremo poveri e umili, perché solo allora Dio vincerà in noi. Amen!

 

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Commento al Vangelo della IV Domenica del Tempo Ordinario Anno A (29 gennaio 2023)

Beati i poveri in spirito!

Il Vangelo di oggi è il brano delle Beatitudini. Per capire lo spirito e la ragione profonda delle Beatitudini bisogna partire dalla parola che risuona all’inizio di ognuna di esse e da cui esse hanno preso il nome: «Beati!». Nel linguaggio di Gesù «beato», non indica il gradino che precede la canonizzazione e il titolo di santo; significa semplicemente «felice». Le beatitudini, dunque, sono otto gradini verso la felicità. 

Nel Vangelo abbiamo ascoltato che Gesù proclama «beati» i poveri in spirito, gli afflitti, i misericordiosi, quanti hanno fame della giustizia, i puri di cuori, i perseguitati. Non si tratta di una nuova ideologia, ma di un insegnamento che viene dall’alto e tocca la condizione umana, proprio quella che il Signore, incarnandosi, ha voluto assumere, per salvarla. Perciò, «il Discorso della montagna è diretto a tutto il mondo, nel presente e nel futuro, e può essere compreso e vissuto solo nella sequela di Gesù, nel camminare con Lui» (cf J. Ratzinger, Gesù di Nazaret, 92). Le Beatitudini, definite da papa Francesco «la carta di identità del cristiano», sono un nuovo programma di vita, per liberarsi dai falsi valori del mondo e aprirsi ai veri beni, presenti e futuri. Quando, infatti, Dio consola, sazia la fame di giustizia, asciuga le lacrime degli afflitti, significa che, oltre a ricompensare ciascuno in modo sensibile, apre il Regno dei cieli. «Le Beatitudini sono la trasposizione della croce e della risurrezione nell’esistenza dei discepoli» (cf ibid., 97). Esse rispecchiano la vita del Figlio di Dio che si lascia perseguitare, disprezzare fino alla condanna a morte, affinché agli uomini sia donata la salvezza. Afferma un antico eremita: «Le Beatitudini sono doni di Dio, e dobbiamo rendergli grandi grazie per esse e per le ricompense che ne derivano, cioè il Regno dei cieli nel secolo futuro, la consolazione qui, la pienezza di ogni bene e misericordia da parte di Dio una volta che si sia divenuti immagine del Cristo sulla terra» (Pietro di Damasco, in Filocalia, vol.3, 79).

Accostiamoci ora alla prima Beatitudine, quella dei poveri – «Beati i poveri in spirito» -, che è considerata giustamente la matrice di tutte le altre, quella di cui le altre sette sono come delle specificazioni. L’evangelista Matteo accentua la povertà come atteggiamento interiore, come umiltà. Infatti, il testo che abbiamo ascoltato, ci fa riflettere sulla povertà di spirito. In questo senso ci orienta anche la liturgia con la scelta della Prima Lettura, dal profeta Sofonia. Essa ci aiuta a capire in che consiste la povertà di spirito: «Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero. Confiderà nel nome del Signore il resto d’Israele».

Ebbene, in questo testo, sono messi in luce due elementi. Il primo consiste nell’assenza di autosufficienza, di orgoglio, sia personale che nazionale, nel riconoscimento del proprio peccato e del bisogno di salvezza. Si tratta di un modo nuovo, religiosamente più affinato, di porsi dell’uomo di fronte a Dio. L’uomo non si percepisce più solo come l’alleato, o il suddito di Dio che, grazie all’osservanza della legge e alle prestazioni del culto, può vantare diritti e crediti davanti a lui, ma come uno che dipende in tutto e per tutto da Dio, al quale perciò non può rapportarsi che come debitore di tutto, in spirito di pura gratitudine. Nasce in questo contesto l’idea del cuore contrito e dello spirito umiliato, così vicina a quella della povertà di spirito (cf Is 66,2; Dan 3,39).

Il secondo elemento è la fiducia incondizionata in Dio, l’«abbandono confidente»: «Confiderà nel Signore il resto d’Israele». I cosiddetti «salmi dei poveri» sono pieni di espressioni commoventi di fiducia in Dio: «Questo povero grida e il Signore lo ascolta» (cf Sal 34,7); «Io sono povero e infelice, di me ha cura il Signore» (cf Sal 40,18). Umiltà e fiducia in Dio, i due elementi essenziali dell’ideale di questa povertà spirituale, sono meravigliosamente riuniti nel salmo, detto dell’infanzia spirituale:

«Signore, non si esalta il mio cuore
né i miei occhi guardano in alto;
non vado cercando cose grandi
né meraviglie più alte di me.

Io invece resto quieto e sereno:
come un bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come un bimbo svezzato è in me l’anima mia.

Israele attenda il Signore,
da ora e per sempre» (cf Sal 131).

Il Vangelo delle Beatitudini, dunque, si commenta con la storia stessa della Chiesa, la storia della santità cristiana, perché – come scrive san Paolo –  «quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono» (cf 1Cor 1,27-28). Per questo la Chiesa non teme la povertà, il disprezzo, la persecuzione in una società spesso attratta dal benessere materiale e dal potere mondano. Sant’Agostino ci ricorda che «non giova soffrire questi mali, ma sopportarli per il nome di Gesù, non solo con animo sereno, ma anche con gioia» (cf De sermone Domini in monte, I, 5,13: CCL 35,13).

Invochiamo la Vergine Maria, la Beata per eccellenza, chiedendo la forza di «cercare il Signore» e di seguirlo sempre, con gioia, sulla via delle beatitudini. Amen!

 

San Francesco di Sales


Francesco nacque nel 1567, figlio del Signore di Boisy, di antica e nobile famiglia savoiarda. Compì gli studi presso i Gesuiti, dove si formò una solida base spirituale, che è poi maturata in vocazione sacerdotale. Ordinato sacerdote, si dedicò all’apostolato nei Paesi protestanti. Per riuscire a raggiungere le persone con la sua predicazione, escogitò il sistema di pubblicare e di far affiggere nei luoghi pubblici dei “manifesti” e di farli circolare tra la popolazione. Questa intuizione portò molti frutti e la sua fama cominciò a diffondersi. Fu nominato vescovo di Ginevra, città calvinista. Il suo amore per Dio, la sua semplicità e la sua dolcezza conquistarono i cuori. La baronessa Giovanna de Chantal venne infiammata dalla sua spiritualità e insieme fondarono l’Ordine della Visitazione, rinnovando la vita monastica femminile. Francesco si convinse che l’Istituto dovesse diventare una scuola di preghiera, di contemplazione e palestra interiore che preparasse al servizio esterno dell’apostolato e della carità. La pratica religiosa di Francesco di Sales, anche oggi, non è pura forma, ma un costante perfezionamento di sé stessi in unione perfetta con Dio. Egli è stato autore di alcune opere, considerate testi fondamentali della letteratura religiosa e che gli hanno valso il titolo di Dottore della Chiesa.

CON DIO TUTTO È POSSIBILE…


Un giovane che prestava servizio militare veniva continuamente umiliato perché credeva in Dio. Un giorno il capitano voleva umiliarlo davanti agli altri militari. Chiamò il giovane e disse:

Giovanotto vieni qui, prendi la chiave e vai a parcheggiare la Jeep là davanti. Il giovane rispose:

Non sono bravo a guidare!

Il capitano rispose: allora chiedi aiuto al tuo Dio! Facci vedere che esiste!

Il giovane ha preso la chiave ed è andato al veicolo e ha cominciato a pregare. Poi ha parcheggiato la Jeep dove gli aveva ordinato il capitano. Quando il giovane soldato scese dalla Jeep, li vide tutti piangere. Tutti gli hanno detto:

Vogliamo servire il tuo Dio!

Il giovane soldato si meravigliò e chiese: cosa sta succedendo? Il capitano, allora, piangendo, ha aperto il cofano della Jeep e ha mostrato al giovane che la macchina non aveva il motore!

Vedendo ciò il ragazzo disse al capitano:

Vedi? Questo è il Dio che servo! Con Dio nulla è impossibile! Io servo il Dio che dà la vita a chi non esiste. Puoi pensare che le cose siano impossibili, ma con Dio tutto è possibile.


MORALE: confidiamo sempre in Dio perché chi in Lui confida non resterà deluso!

Commento al Vangelo della III Domenica del Tempo Ordinario Anno A (22 gennaio 2023)

Convertitevi e venite dietro a me!

Il brano del Vangelo di questa domenica, detta Domenica della Parola, ci presenta gli inizi della predicazione di Gesù. L’evangelista colloca i primordi del ministero di Cristo in Galilea e racconta che «quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali». In questa regione, storicamente provata e inquinata dal continuo passaggio di popoli stranieri, rifulge la luce, come aveva predetto molti secoli prima il profeta Isaia: «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (cf Is 9, 1). È l’oracolo che ascoltiamo nella liturgia della notte di Natale. La luce allora avvolse i pastori, primizia degli ascoltatori della parola del Signore e primizia dei credenti, ora la luce avvolge tutti gli uomini. Nel linguaggio biblico la luce è sinonimo di salvezza. Nel salmo responsoriale, infatti, abbiamo attribuito a Dio due termini: «Il Signore è mia luce e mia salvezza».

La luce è un bisogno fondamentale dell’uomo, del quale si dice, quando nasce, che è venuto alla luce. Dio si manifesta spesso nell’Antico Testamento come luce: egli è il roveto che arde senza consumarsi, è la colonna di fuoco che guida e accompagna il popolo nel suo cammino verso la terra promessa. Dio si è rivelato pienamente come luce in Gesù che è «la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (cf Gv 1, 9). Gesù, infatti, dice di se stesso: «Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre» (cf Gv 12, 46).

Cristo Gesù, dunque, da questo momento dà inizio alla sua predicazione con l’invito perentorio: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».

Gesù, quindi, ci chiama alla conversione, ossia a ricominciare, a fare ritorno a Dio mediante un concreto cambiamento di mentalità e di azioni; invita a mettere in discussione noi stessi, a buttar via le speranze ingannevoli e a cercare la Speranza che non inganna. La nostra unica e sola speranza è Dio il quale lo si trova non al termine dei bei ragionamenti, ma vivendo umilmente attenti e disponibili alla sua Parola. Convertirsi significa allora passare dalle tenebre alla luce; dal buio dell’errore alla luce di Dio che è verità, dalle tenebre dell’egoismo alla luce di Dio che è amore, dalla nera oscurità del peccato alla luce di Dio che è il Santo dei Santi. Ognuno di noi, dunque, deve diventare un «uomo nuovo», abbandonare le strade secondarie per accogliere Dio che gli viene incontro. È questo il significato del verbo ebraico shûb: tornare indietro, cambiare strada, cambiare vita. In greco il verbo è stato tradotto con metanoéite, che vuol dire cambiare mente e cuore, trasformarsi dentro, vivere le beatitudini e avere la sicurezza solo in Dio. A questo cambiamento, trasformazione, conversione, sono chiamati tutti i discepoli di Cristo Gesù. Dicevano i rabbini al tempo di Gesù: «È il popolo che fa regnare il re, e non il re che fa regnare se stesso»; occorre quindi convertirsi a Dio per permettere a Dio di regnare su di noi: così «viene» il regno di Dio!

E questo è quanto è accaduto ad alcuni credenti, i primi che hanno accolto il Vangelo di Gesù e si sono messi alla sua sequela. L’evangelista, infatti, annota che Gesù «mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare… Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò». A loro, il Maestro, rivolge la parola autorevole: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». A questo invito, Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni, rispondono prontamente: «Ed essi subito lasciarono le reti… la barca e il loro padre e lo seguirono». Essi non possono comprendere subito fino in fondo il senso di questa chiamata. Eppure Matteo dice che accettano «subito» l’invito del Maestro, cambiano vita, abbandonano tutto e tutti e, con piena disponibilità, si mettono al suo seguito.

È da notare che il Signore chiama uomini poveri e fragili «erano infatti pescatori». Gesù cerca i suoi più stretti collaboratori tra la gente comune, non tra gli scribi, i farisei e i leviti, incaricati del culto. Alcuni di questi sono addirittura classificati tra i «peccatori pubblici», come il pubblicano Levi-Matteo.

Anche noi, come cristiani, siamo collaboratori di Cristo. Abbiamo coscienza di questa responsabilità? Spesso noi sembriamo consumatori di culto, invece di essere persone vive che hanno sentito una chiamata; sembriamo gente mossa da abitudini religiose invece di essere annunciatori attivi del Regno di Dio. Ma come dobbiamo essere collaboratori di Gesù? San Paolo, nella seconda lettura, riferisce con sofferenza le sue riflessioni sulla comunità cristiana di Corinto, che era una Chiesa divisa e una Chiesa divisa non annuncia Cristo. La nostra collaborazione, quindi, sta nell’essere una comunità che vive l’amore, la misericordia, il perdono, l’unità. L’apostolato cristiano non è una gara vanitosa a chi fa di più ma a chi vive concretamente il Vangelo. Se le opere di apostolato non nascono dalla carità vissuta, sono fatiche a vuoto, sono gesti sterili che non porteranno frutti perché sono staccati da Dio.

Ebbene, tutti coloro che nella libertà e per amore di Gesù rispondono prontamente alla sua chiamata, dovranno essere pronti a rinnovare quotidianamente la loro risposta, cioè a perseverare perché, dice il Signore: «Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita» (cf Lc 21, 19).

Chiediamo al Signore di illuminare noi e le nostre comunità dalla sua Parola affinché seguendo lui, che è la luce del mondo, diventiamo segno di speranza e di salvezza per tutti coloro che dalle tenebre anelano alla luce. Amen!

Commento al Vangelo della II Domenica del Tempo Ordinario Anno A (15 gennaio 2023)

Ecco l’Agnello di Dio!

Giovanni il Battista, che domenica scorsa abbiamo incontrato al battesimo di Gesù, oggi si manifesta quale testimone di Gesù Agnello-Servo di Dio e Figlio di Dio.

Nel quarto vangelo di Giovanni appare fin dal prologo l’inviato da Dio come «testimone per rendere testimonianza alla luce» – la Parola di Dio fatta carne – «perché tutti credessero per mezzo di lui» (cf Gv 1, 7). Una delegazione di sacerdoti e leviti arriva da Gerusalemme e si reca da Giovanni presso il Giordano, dove battezza, e lo interrogano: «Chi sei tu? Sei Elia? Sei un profeta?». Per tre volte egli risponde: «Non lo sono», confessando di non essere ciò che altri pensano di lui (cf Gv 1, 19-22). E quando usa l’espressione: «Io sono», lo fa solo per definirsi «voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia» (cf Gv 1, 23). Giovanni, dunque, non pretende alcuna attenzione alla propria persona, ma è tutto teso a indicare un altro. L’evangelista, infatti, annota che «Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: “Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!”». Per definire Gesù, Giovanni si serve di un titolo che in aramaico indica sia l’Agnello che il Servo del Signore descritto da Isaia: «Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca» (cf Is 53, 7). Il riferimento va anche all’agnello pasquale di Esodo 12; agli agnelli che ogni giorno venivano sacrificati nel tempio di Gerusalemme; al «capro espiatorio» su cui, nel giorno del Yom Kippur, si imponevano le mani scaricando su di lui il peccato di tutti e veniva poi condotto a morire nel deserto. Gesù è dunque l’Agnello atteso, che ci libera dal nostro peccato (cf 1Sam 7, 8-9). Ebbene sì, Gesù è colui che per amore ha portato i peccati degli uomini su di sé e li ha perdonati, versando il suo sangue «per molti per il perdono dei peccati» (cf Mt 26, 28).

L’evangelista, inoltre, dice che il Battista dopo aver ribadito: «Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me», lascia trasparire qualcosa circa l’identità di Gesù. Egli non conosceva – «io non lo conosco» – da subito Gesù nella sua identità messianica, ma l’ascolto della parola di Dio ha reso acuto il suo sguardo e intelligente il suo cuore, fino a fargli comprendere che Gesù, pur venendo dietro a lui, era prima di lui; e al momento del battesimo ha saputo contemplare «lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere» su Gesù, abilitandolo a «battezzare» gli uomini in quello stesso Spirito: «Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo». L’immagine di Gesù-Agnello offre un messaggio di non violenza e di mitezza e manifesta il carattere della missione di Gesù. Gesù, umile e accogliente, è il Messia dei miti e dei giusti, degli anawim, di coloro che lo attendono nella fedeltà.

Giovanni conclude la sua testimonianza affermando: «E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio». All’udire questa testimonianza di Giovanni due dei suoi discepoli si metteranno alla sequela di Gesù (cf Gv 1, 35-37): ecco dove sta la grandezza di Giovanni, nella sua capacità di farsi piccolo, di «diminuire affinché Cristo cresca» (cf Gv 3, 30), di condurre gli altri a Cristo e poi di ritirarsi.

Concludendo, potremmo dire che di fronte al Battista che dichiara e testimonia chi è Gesù, dovremmo chiederci se siamo disposti a conoscere meglio Cristo, se siamo disposti a trovarlo e a incontrarlo, se siamo disposti ad annunciare e a mettere in pratica il lieto annunzio del Vangelo.

Preghiamo con tutto il cuore Gesù, l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo, dicendo: «Signore, fa’ che io ti conosca! Signore, fa’ che io mi lasci salvare, liberare, redimere da te! Signore, fa’ che io non abbia la presunzione di importi una mia strada, ma abbia l’umiltà e la fede per camminare nella tua strada. Amen».

Commento al Vangelo nella festa del Battesimo di Gesù Anno A (8 gennaio 2023)

Lo Spirito Santo è sceso su di Lui!

Termina oggi, con la festa del Battesimo di Gesù, il tempo delle manifestazioni di Cristo Signore. A Natale si è manifestato ai poveri, rappresentati dai pastori; all’Epifania si è manifestato ai Magi, che rappresentano tutti i popoli; oggi, ricevendo da Giovanni l’immersione nel Giordano, egli si manifesta al popolo di Israele.

Secondo il racconto dell’evangelista Matteo, «Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare»; infatti, da tutta la Palestina accorrevano per ascoltare la predicazione di questo grande profeta, l’annuncio dell’avvento del Regno di Dio, e per ricevere il battesimo, cioè per sottoporsi a quel segno di penitenza che richiamava alla conversione dal peccato. Pur chiamandosi battesimo, esso non aveva il valore sacramentale del rito che celebriamo oggi; come ben sappiamo, è infatti con la sua morte e risurrezione che Gesù istituisce i Sacramenti e fa nascere la Chiesa. Quello amministrato da Giovanni, era un atto penitenziale, un gesto che invitava all’umiltà di fronte a Dio, invitava ad un nuovo inizio: immergendosi nell’acqua, il penitente riconosceva di avere peccato, implorava da Dio la purificazione dalle proprie colpe ed era inviato a cambiare i comportamenti sbagliati, quasi morendo nell’acqua e risorgendo a una nuova vita.

Per questo, quando il Battista vede Gesù che, in fila con i peccatori, viene a farsi battezzare, rimane sbalordito; riconoscendo in Lui il Messia, il Santo di Dio, Colui che è senza peccato, Giovanni manifesta il suo sconcerto: egli stesso, il battezzatore, avrebbe voluto farsi battezzare da Gesù. Ma Gesù lo esorta a non opporre resistenza, ad accettare di compiere questo atto: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Con questa espressione, Gesù manifesta di essere venuto nel mondo per fare la volontà di Colui che lo ha mandato, per compiere tutto ciò che il Padre gli chiede; è per obbedire al Padre che Egli ha accettato di farsi uomo. Questo gesto rivela anzitutto chi è Gesù: è il Figlio di Dio, vero Dio come il Padre; è Colui che «si è abbassato» per farsi uno di noi, Colui che si è fatto uomo e ha accettato di umiliarsi fino alla morte di croce (cf Fil 2, 7). Il battesimo di Gesù, di cui oggi facciamo memoria, si colloca in questa logica dell’umiltà e della solidarietà: è il gesto di Colui che vuole farsi in tutto uno di noi e si mette realmente in fila con i peccatori; Lui, che è senza peccato, si lascia trattare come peccatore (cf 2Cor 5, 21), per portare sulle sue spalle il peso della colpa dell’intera umanità, anche della nostra colpa. È il «servo di Dio» di cui ci ha parlato il profeta Isaia nella prima lettura. La sua umiltà è dettata dal voler stabilire una comunione piena con l’umanità, dal desiderio di realizzare una vera solidarietà con l’uomo e con la sua condizione. Il gesto di Gesù anticipa la Croce, l’accettazione della morte per i peccati dell’uomo. Nel battesimo di Gesù siamo di fronte alla prima esplicita rivelazione della Santissima Trinità. Dio si presenta come il Padre di questo Figlio amato e, per tale atto d’amore, lo Spirito di Dio si manifesta e viene come una colomba sopra di Lui, e in quel momento l’amore che unisce Gesù al Padre viene testimoniato a quanti assistono al battesimo da una voce dall’alto che tutti odono: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento». Queste parole che risuonano dall’alto attestano che Gesù è obbediente in tutto al Padre e che questa obbedienza è espressione dell’amore che li unisce tra di loro. Perciò, il Padre ripone il suo compiacimento in Gesù, perché riconosce nell’agire del Figlio il desiderio di seguire in tutto alla sua volontà. E queste parole del Padre alludono anche, in anticipo, alla vittoria della risurrezione e ci dicono come dobbiamo vivere per stare nel compiacimento del Padre, comportandoci come Gesù.

Gesù è davvero il Messia, il Figlio dell’Altissimo che, uscendo dalle acque del Giordano, stabilisce la rigenerazione nello Spirito e apre, a quanti lo vogliono, la possibilità di divenire figli di Dio. Non a caso, infatti, ogni battezzato acquista il carattere di figlio a partire dal nome cristiano, segno inconfondibile che lo Spirito Santo fa nascere «di nuovo» l’uomo dal grembo della Chiesa.

Oggi siamo invitati anche noi a far memoria del nostro battesimo. Il Battesimo è l’inizio della vita spirituale, che trova la sua pienezza per mezzo della Chiesa. Nell’ora propizia del Sacramento, mentre la Comunità ecclesiale prega e affida a Dio un nuovo figlio, i genitori e i padrini s’impegnano ad accogliere il neo-battezzato sostenendolo nella formazione e nell’educazione cristiana. È questa una grande responsabilità, che deriva da un grande dono! Perciò, tutti noi, che abbiamo ricevuto il battesimo, impariamo a riscoprire la bellezza di questo sacramento e poiché col battesimo diventiamo cristiani, e dunque apparteniamo alla grande famiglia di Dio, questo Dio che noi chiamiamo «Abbà, Padre» (cf Mc 14, 36; Rm 8, 15; Gal 4, 6), impegniamoci a dare gioiosa testimonianza della nostra fede, affinché questa fede generi frutti di bene e di concordia. Amen!

Commento al Vangelo nella solennità dell’Epifania di Nostro Signore Gesù Cristo Anno A (6 gennaio 2023)

I Magi: cercatori di Dio!

Nella solennità dell’Epifania la Chiesa ci invita a seguire l’esempio dei Magi che si sono incamminati, seguendo una stella, alla ricerca del Messia.

Nel vangelo abbiamo ascoltato che alcuni sapienti: «vennero da oriente a Gerusalemme». Che genere di persone erano? Essi erano probabilmente dei sapienti che scrutavano il cielo, ma non per cercare di «leggere» negli astri il futuro, eventualmente per ricavarne un guadagno; erano piuttosto uomini «in ricerca» di qualcosa di più, in ricerca della vera luce, che sia in grado di indicare la strada da percorrere nella vita. Essi non appartengono alla discendenza di Abramo, non conoscono il Dio vero e vivente; pertanto non sono guidati dalla parola di Dio contenuta nella Legge e nei Profeti. Ma la loro ricerca di Dio, il loro pensare, scrutare la natura, dà loro la possibilità di una lettura visionaria, che li porta a seguire il segno intravisto nella luce di una stella. Non sanno ancora che quella stella indica il Messia (cf Nm 24, 17). Si mettono in cammino e, dopo un viaggio lungo e non senza difficoltà, giungono a Gerusalemme e si dirigono verso la reggia di Erode perché credono di trovare là il re dei Giudei. Per quegli uomini era logico cercare il nuovo re nel palazzo reale, dove si trovavano i saggi consiglieri di corte. Ma, probabilmente con loro stupore, dovettero costatare che quel neonato non si trovava nei luoghi del potere e della cultura, anche se in quei luoghi venivano offerte loro preziose informazioni su di lui. L’evangelista annota che alla richiesta: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo», il re Erode restò turbato. Certamente egli era interessato al bambino di cui parlavano i Magi; non però allo scopo di adorarlo, come vuole far intendere mentendo, ma per sopprimerlo. Erode è un uomo di potere e ascoltando dai suoi esperti delle Sacre Scritture le parole del profeta Michea: «E tu, Betlemme di Èfrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele» (cf Mi 5, 1), riesce a vedere in questo bambino solo un rivale da combattere poiché il suo unico pensiero è il trono. Erode è un personaggio che istintivamente giudichiamo in modo negativo per la sua brutalità. Ma dovremmo chiederci: forse c’è qualcosa di Erode anche in noi? Erode era una persona orgogliosa, piena di sé, arrogante, superba. Oggi, dopo secoli di cristianesimo, abbiamo superato la ricerca del potere in tutte le sue forme o abbiamo ancora la mentalità di Erode? Siamo davvero sulla strada dell’umiltà e del servizio o siamo caduti nella trappola dell’orgoglio che cerca titoli, glorie, privilegi, ricompense, onori? L’atteggiamento di Erode può manifestarsi in tante, tantissime maniere! Anche noi, spesso, siamo ciechi davanti ai segni di Dio, sordi alle sue parole. Per tale motivo dobbiamo lasciarci guidare da Cristo Gesù sulla via dell’umiltà perché lui è l’unico che ci dà la vera gioia.

Di fronte all’annuncio messianico, i sommi sacerdoti e gli scribi, esperti sulle Sacre Scritture, che ne conoscono le possibili interpretazioni, che sono capaci di citarne a memoria ogni passo e che quindi sono un prezioso aiuto per chi vuole percorrere la via di Dio, restano indifferenti, non accettano la profezia. Afferma sant’Agostino: «che essi amano essere guide per gli altri, indicano la strada, ma non camminano, rimangono immobili». Per loro le Scritture diventano un insieme di parole e di concetti da esaminare e su cui discutere dottamente. Ma nuovamente possiamo domandarci: non c’è anche in noi la tentazione di ritenere le Sacre Scritture, questo tesoro ricchissimo e vitale per la fede della Chiesa, più come un oggetto per lo studio e la discussione degli specialisti, che come il Libro che ci indica la via per giungere alla vita? In ciascuno di noi dovrebbe nascere sempre la disposizione profonda a vedere la parola della Bibbia, letta nella Tradizione viva della Chiesa, come la verità che è la via da percorrere quotidianamente se vogliamo costruire la nostra esistenza sulla roccia e non sulla sabbia.

A differenza dei capi dei sacerdoti e degli scribi del popolo, l’atteggiamento dei Magi, che amano la Sapienza, anche se non l’hanno ancora incontrata, è quello di muoversi e, obbedienti prima alla loro ricerca di Dio ed ora anche alla rivelazione contenuta nelle Scritture, riprendono il cammino e giungono al «luogo dove si trovava il bambino». L’evangelista prosegue dicendo che: «entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre». Anche questi tre sapienti – che la tradizione ha dato i nomi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre e che rappresentano tutti i popoli -, come i pastori, hanno davanti agli occhi una realtà semplice e umanissima che li riempie di gioia e provoca la loro adorazione: «si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra». L’oro, a riconoscimento della regalità di Gesù; l’incenso, simbolo della sua divinità; la mirra, a sottolineare la sua umanità. Ed infine, annota Matteo, «avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese». Per i Magi è stato indispensabile ascoltare la voce delle Sacre Scritture: solo esse potevano indicare loro la via. È la Parola di Dio la vera stella, che, nell’incertezza dei discorsi umani, ci offre l’immenso splendore della verità divina.

Lasciamoci guidare, come i Magi, dalla stella, che è la Parola di Dio, seguiamola nella nostra vita, camminando con la Chiesa, dove la Parola ha piantato la sua tenda. La nostra strada sarà sempre illuminata da una luce che nessun altro segno può darci. E potremo anche noi diventare stelle per gli altri, riflesso di quella luce che Cristo ha fatto risplendere su di noi. Amen!

Joseph Ratzinger(non ancora arcivescovo):Natale 1969

Nel 1969 Joseph Ratzinger, non ancora arcivescovo, scrisse:

“Il futuro della Chiesa verrà rimodellato dai santi,
ovvero dagli uomini le cui menti sono più profonde degli slogan del giorno, che vedono più di quello che vedono gli altri, perché la loro vita abbraccia una realtà più ampia.”

“La Chiesa diventerà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare molti degli edifici che aveva costruito nella prosperità.

Scoprirà senza dubbio nuove forme di ministero e ordinerà al sacerdozio cristiani che svolgono qualche professione. Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la fede e la preghiera al centro dell’esperienza.

Sarà una Chiesa più spirituale, che non si arrogherà un mandato politico flirtando ora con la sinistra e ora con la destra.

Gli uomini che vivranno in un mondo totalmente programmato vivranno una solitudine indicibile. Se avranno perduto completamente il senso di Dio, sentiranno tutto l’orrore della loro povertà. Ed essi scopriranno allora la piccola comunità dei credenti come qualcosa di totalmente nuovo: lo scopriranno come una speranza per se stessi, la risposta che avevano sempre cercato in segreto.
A me sembra certo che si stanno preparando per la Chiesa tempi molto difficili. Ma io sono anche certissimo di ciò che rimarrà alla fine: non la Chiesa del culto politico, che è già morto, ma la Chiesa della fede. Certo essa non sarà più la forza sociale dominante. Ma la Chiesa conoscerà una nuova fioritura e apparirà come la casa dell’uomo, dove trovare vita e speranza oltre la morte.”

Testamento spirituale del Papa Emerito Benedetto XVI del 29 agosto 2006

Il mio testamento spirituale

Se in quest’ora tarda della mia vita guardo indietro ai decenni che ho percorso, per prima cosa vedo quante ragioni abbia per ringraziare. Ringrazio prima di ogni altro Dio stesso, il dispensatore di ogni buon dono, che mi ha donato la vita e mi ha guidato attraverso vari momenti di confusione; rialzandomi sempre ogni volta che incominciavo a scivolare e donandomi sempre di nuovo la luce del suo volto. Retrospettivamente vedo e capisco che anche i tratti bui e faticosi di questo cammino sono stati per la mia salvezza e che proprio in essi Egli mi ha guidato bene.

Ringrazio i miei genitori, che mi hanno donato la vita in un tempo difficile e che, a costo di grandi sacrifici, con il loro amore mi hanno preparato una magnifica dimora che, come chiara luce, illumina tutti i miei giorni fino a oggi. La lucida fede di mio padre ha insegnato a noi figli a credere, e come segnavia è stata sempre salda in mezzo a tutte le mie acquisizioni scientifiche; la profonda devozione e la grande bontà di mia madre rappresentano un’eredità per la quale non potrò mai ringraziare abbastanza. Mia sorella mi ha assistito per decenni disinteressatamente e con affettuosa premura; mio fratello, con la lucidità dei suoi giudizi, la sua vigorosa risolutezza e la serenità del cuore, mi ha sempre spianato il cammino; senza questo suo continuo precedermi e accompagnarmi non avrei potuto trovare la via giusta.

Di cuore ringrazio Dio per i tanti amici, uomini e donne, che Egli mi ha sempre posto a fianco; per i collaboratori in tutte le tappe del mio cammino; per i maestri e gli allievi che Egli mi ha dato. Tutti li affido grato alla Sua bontà. E voglio ringraziare il Signore per la mia bella patria nelle Prealpi bavaresi, nella quale sempre ho visto trasparire lo splendore del Creatore stesso. Ringrazio la gente della mia patria perché in loro ho potuto sempre di nuovo sperimentare la bellezza della fede. Prego affinché la nostra terra resti una terra di fede e vi prego, cari compatrioti: non lasciatevi distogliere dalla fede. E finalmente ringrazio Dio per tutto il bello che ho potuto sperimentare in tutte le tappe del mio cammino, specialmente però a Roma e in Italia che è diventata la mia seconda patria.

A tutti quelli a cui abbia in qualche modo fatto torto, chiedo di cuore perdono.

Quello che prima ho detto ai miei compatrioti, lo dico ora a tutti quelli che nella Chiesa sono stati affidati al mio servizio: rimanete saldi nella fede! Non lasciatevi confondere! Spesso sembra che la scienza — le scienze naturali da un lato e la ricerca storica (in particolare l’esegesi della Sacra Scrittura) dall’altro — siano in grado di offrire risultati inconfutabili in contrasto con la fede cattolica. Ho vissuto le trasformazioni delle scienze naturali sin da tempi lontani e ho potuto constatare come, al contrario, siano svanite apparenti certezze contro la fede, dimostrandosi essere non scienza, ma interpretazioni filosofiche solo apparentemente spettanti alla scienza; così come, d’altronde, è nel dialogo con le scienze naturali che anche la fede ha imparato a comprendere meglio il limite della portata delle sue affermazioni, e dunque la sua specificità. Sono ormai sessant’anni che accompagno il cammino della Teologia, in particolare delle Scienze bibliche, e con il susseguirsi delle diverse generazioni ho visto crollare tesi che sembravano incrollabili, dimostrandosi essere semplici ipotesi: la generazione liberale (Harnack, Jülicher ecc.), la generazione esistenzialista (Bultmann ecc.), la generazione marxista. Ho visto e vedo come dal groviglio delle ipotesi sia emersa ed emerga nuovamente la ragionevolezza della fede. Gesù Cristo è veramente la via, la verità e la vita — e la Chiesa, con tutte le sue insufficienze, è veramente il Suo corpo.

Infine, chiedo umilmente: pregate per me, così che il Signore, nonostante tutti i miei peccati e insufficienze, mi accolga nelle dimore eterne. A tutti quelli che mi sono affidati, giorno per giorno va di cuore la mia preghiera.

Benedictus PP XVI